Prima ancora che gli antifascisti da salotto o quelli che, frequentando le associazioni profumatamente retribuite in nome dell'antifascismo, si aggiudicano cattedre universitarie o presidenze di istituti di vario genere, aprano la bocca solo e soltanto perché ce l'hanno sotto il naso, saremo noi, impietosi, a smascherarci. Il motto il mio onore si chiama fedeltà, era stato coniato per le SS, le cosiddette Schutzstaffel, in tedesco Meine Ehre heißt Treue. Niente di più abominevole dal punto di vista storico, politico e anche umano. Sembra che fu lo stesso Hitler a coniarlo, ma la cosa poco importa. Esso fu preso in prestito anche durante gli anni Settanta dalle formazioni neofasciste che si richiamavano ai riti e ai simboli della Germania hitleriana in una sorta di purezza ariana da contrapporre alla sbiadita e corrotta democrazia. Lungi da noi ricalcare quelle orme ormai scomparse con chi le aveva calcate. Se abbiamo tirato in ballo questo modo di dire è perché ci siamo resi conto che l'antifascismo degli imbecilli così come il politicamente corretto degli idioti ha reso perfino più accettabile un motto così lontano dal nostro modo di pensare. E' dal settembre 2023 che conosciamo Roberto Vannacci, probabilmente l'uomo più odiato e amato del momento. Per numerose occasioni lo abbiamo intervistato così come abbiamo letto i suoi interventi e i suoi libri. Conosciamo lui e anche la sua famiglia, la moglie Camelia, persona deliziosa, semplice, ma provvista di un grandissimo carattere e di un coraggio che non le impedisce di dire quel che pensa. In tutti questi anni, sin da quando, per primi, lo accogliemmo a Marina di Pietrasanta, abbiamo registrato centinaia di insulti, offese, considerazioni senza senso, pensieri infelici e presunte convinzioni che di convinzioni avevano soltanto la parvenza, perché la sostanza le avrebbe condotte direttamente nella tazza del cesso. I vermi viscidi e maleodoranti verniciati di rosso e a tutte le latitudini così come in tutte le categorie, senza distinzione alcuna, lo hanno dipinto come quello che, credeteci, non è, non è mai stato e mai sarà: un fascista, un razzista, un omofobo, un misogino e via di questo passo. I giornali cartacei, che noi suggeriamo da decenni di stamparli su carta vellutata da cesso, si divertono a massacrarlo senza rendersi conto che non si tratta di un comune mortale, ma di un incursore che ha comandato la Brigata Paracadutisti Folgore e il 9º Reggimento d'assalto paracadutisti "Col Moschin". Il generale Vannacci non ha paura di questi quattro coglioni perché di coglioni e non soltanto, ne ha visti, in vita sua, una caterva. Il nostro onore si chiama fedeltà proprio perché, in un mondo in cui tutti scappano, a noi piace pensare di restare di essere, cioè, fedeli almeno una volta a chi dimostra di voler seguire il buonsenso degli italiani. Se, poi, anche Vannacci dovesse imbastardirsi come la stragrande maggioranza dei politicanti da strapazzo di questo sfasciato Paese, beh, glielo diremo senza tanti complimenti, ma la differenza che c'è tra il fuggire e il restare sta proprio in un principio fondamentale che richiama a concetti che, adesso, vengono vilipesi, ma che, a pensarci bene, meriterebbero un po' più di attenzione. Glielo abbiamo detto a Vannacci: noi ci siamo e non perché abbiamo inviato il cervello all'ammasso, ma proprio perché, quel cervello, ce lo vogliamo tenere ancora per parecchio tempo dentro la nostra testa.



