Non ricordiamo, con precisione, quando Angelo Croci, di professione poliziotto, è apparso per la prima volta al nostro cospetto. Forse, erano i primi anni Novanta, quando cominciammo ad occuparci di cronaca nera per il quotidiano La Nazione redazione di Lucca. Alto. robusto, capelli rossi, perennemente incazzato nero con il m ondo o, almeno, così ci parve. Non ci stava simpatico, assolutamente, anzi, ci stava sistematicamente sui coglioni proprio per via di quel modo di fare da spaccone che pensava di essere tutto lui e gli altri, noi, nemmeno un cazzo. Il tempo, come spesso accade, ci spostò nella nostra opinione regalandoci, invece, la visione di un uomo che, sotto la scorza dura come il granito, aveva un animo sensibile e un cuore generoso. Non era facile, del resto, andarci d'accordo: o lo odiavi o ci prendevi un caffè, tutto il resto non sapeva di nulla. Una volta, molti anni fa, un Piper cadde nei boschi del Compitese. Noi eravamo cronisti d'assalto, si fa per dire, e approfittavamo di ogni occasione per uscire dalla redazione e respirare aria pura. Arrivammo sul posto insieme ad altri colleghi. C'era anche Croci. Ci disse chiaramente di aspettare lì e di non muoverci, di non avvicinarsi per fare fotografie. Noi non lo ascoltammo e, lentamente, ci avvicinammo armati della fotocamera. Dalla boscaglia fitta vedemmo Croci che si arrampicava verso il punto in cui era precipitato l'aereo. Purtroppo si voltò e ci vide. Noi avevamo già scattato delle immagini. Scappammo di fronte all'intimazione di fermarci e all'epoca correvamo anche abbastanza forte. Mai avremmo pensato che, giunti al punto d'incontro dei giornalisti, lui sarebbe sbucato all'improvviso e ci avrebbe strappato, letteralmente, di mano la Yashica che avevamo sempre con noi. Non servì a nulla protestare e neanche pregare. Ci fu restituita ore dopo a seguito della nostra richiesta al questore.
Ma Angelo Croci non era solo questo. Aveva ragione, ma noi ci sentivamo animati dal sacro furore della professione e pensavamo che fosse uno stronzo. Dovemmo ricrederci dopo la morte di nostro figlio, nel 2010. Era un pomeriggio e stavamo facendo una passeggiata sulle Mura insieme alla nostra compagna dell'epoca. Ci passò accanto, in senso contrario, una Volante della questura che, dopo una cinquantina di metri, inchiodò. Ne uscì proprio Croci che corse a farci le condoglianze e a manifestarci, con un abbraccio, la sua solidarietà. Restammo piacevolmente sorpresi. Da allora sono passati tanti anni - e che anni - e i nostri scambi di informazioni, si fa per dire, la reciproca stima, l'amicizia si sono incrementate. La sua dipartita dalla polizia, il suo andare in pensione hanno risvegliato in noi ricordi e simpatie sopiti. Ci eravamo separati nello stesso periodo e avevamo scambiato impressioni e confidenze. Ora che siamo, entrambi, arrivati ad un punto del viaggio in cui è più la strada percorsa di quella da percorrere, ne approfittiamo per salutarlo e abbracciarlo come si fa, in genere, con un amico che c'è sempre stato anche quando sembrava sparito chissà dove.
Tanti auguri Angelo per il futuro.



