Eravamo al 5 maggio 1995 e in Italia c’era il governo di Lamberto Dini. Filippo Mancuso (Palermo, 11 luglio 1922 – Roma, 30 maggio 2011), apprezzato magistrato e Ministro della Giustizia, aveva deciso di inviare degli ispettori presso il Tribunale di Milano a controllare la regolarità di certe azioni e iniziative assunte dal Pool di Mani Pulite.
A quel tempo Mani Pulite viaggiava sulla cresta dell’onda e aveva la protezione assoluta e indiscriminata dell’allora PDS (oggi Pd). I componenti più importanti erano Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Francesco Greco.
Si diceva che i loro metodi nell’interrogare i sospettati andassero per le spicce e somigliassero perfino in certi casi a vere e proprie torture psicologiche. Ci furono vari suicidi: Sergio Moroni (1992), deputato socialista che nella sua lettera d'addio denunciò un clima politico e giudiziario giudicato troppo violento e sommario; Gabriele Cagliari (20 luglio 1993), Presidente dell'Eni, che si suicidò in carcere dopo quattro mesi di detenzione preventiva nell'ambito dell'inchiesta Enimont; Raul Gardini (23 luglio 1993), famoso e rampante imprenditore e figura chiave della Montedison, il quale si tolse la vita a Milano pochi giorni dopo la morte di Cagliari.
Era ovvio che quanto stava accadendo necessitasse di un controllo, ossia di una ispezione, di cui era titolare il Ministro della Giustizia. Mancuso esercitò questo diritto e male gliene incolse. Subito il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (un pessimo presidente, a mio avviso, come pessimo presidente sarà Giorgio Napolitano) il 25 giugno 1995 da Buenos Aires interviene a difesa del Pool di Mani Pulite, che considera oggetto di attacchi da ogni parte e di nuove ingiustificate indagini da parte del Ministro della giustizia Filippo Mancuso, anche a riguardo del suicidio in carcere, avvenuto il 20 luglio 1993, di Gabriele Cagliari, ex presidente dell'ENI. L'intervento di Scalfaro viene considerato corretto da Cesare Salvi dei progressisti, e, invece, un'interferenza nelle indagini in corso da Giuliano Ferrara di Forza Italia.
La replica del ministro Filippo Mancuso non si fa attendere, e infatti ribadiva di essersi mosso, nel disporre nuove indagini sul Pool di Mani pulite, secondo quanto prescrive la legge e la Costituzione.
Ma non ci fu nulla da fare. L'Associazione Nazionale Magistrati affiggeva presso tutte le sedi giudiziarie un manifesto di condanna dell'operato del guardasigilli, che veniva considerato più un super ispettore che un ministro. Il PDS ne pretese le dimissioni che ci furono.
Il Pool Mani Pulite era intoccabile, e padrone in pratica dell’Italia. Infatti, la mise a soqquadro. A quel tempo anch’io simpatizzavo per loro, ma, a posteriori, si capì l’intento di quell’operazione che mirava a cancellare dalla politica alcuni partiti scomodi (DC e PSI in testa, e ci riuscì) e lasciare spazio preminente al PDS (oggi PD). Il quale PDS, insieme a tutta la sinistra di allora, più la Lega di Umberto Bossi, chiese la sfiducia al Ministro (il primo caso nella storia repubblicana) e l’ottenne. L’ottenne nei confronti di un Ministro che non aveva fatto altro che esercitare i suoi poteri in presenza di fatti gravi che erano accaduti, tra cui 3 suicidi di personalità della politica e dell’industria.
Quando giunse il momento del dibattito (il 19 ottobre 1995) e prese la parola il Ministro Mancuso, rimasi colpito ed emozionato da ciò che con dignità disse ai parlamentari: "So bene quale potrà essere l'esito di questo dibattito, e ritengo che non si tratterà per nulla di un errore tattico dei proponenti, no, si tratta di un preciso volere, di produrre precisi effetti; si vuole cioè qualcosa che serva, che torni utile, e senza indugio; serve fermare, bloccare, tacitare, cancellare, per convenienze ben precise, un proponimento, una voce di evoluzione garantista della giustizia penale, soprattutto laddove questo valore non è tenuto in grande conto." E concludeva, commosso: "Mi riconosco onorato di aver potuto, a conclusione di una vita contenuta, assumere l'incarico di guardasigilli dello Stato, di aver potuto conoscere nel parlamento e in quest'aula persone insigni e care, di aver potuto dire e essere ascoltato nel Parlamento. Vi ho parlato, signori, dall'interno stesso di una coscienza. In ogni caso, serberò gratitudine se mi avrete udito, ascoltato, compreso.".
Questo il risultato della votazione: 173 voti a favore delle dimissioni, 3 contrari e 8 astenuti. Ma Mancuso non si dimise e fece ricorso alla Corte Costituzionale, che lo respinse, sostenendo che tutto era avvenuto regolarmente anche se il caso delle mozioni di sfiducia individuali non è espressamente previsto dalla Costituzione.
Fu e resta, a mio avviso, un buco nero della democrazia.
Alla sua morte, all’età di 88 anni, si cercò di riparare al torto recatogli allestendo la camera ardente presso la Procura Generale della Corte di Appello di Roma, evento senza precedenti. Ma troppo tardi.
Mancuso fu un galantuomo, assai poco contro i cannibali della politica.
Anno 1995. Filippo Mancuso, un ministro galantuomo, sconfitto dai cannibali della politica
Scritto da Bartolomeo Di Monaco
Cronaca
29 Settembre 2026
Visite: 28



