Avremmo dovuto essere a Bologna, per iniziare la borsa di studio che ci eravamo aggiudicati, alla fine del 1988. Poco prima di partire, eravamo stati operati alla gola per dei polipi che ci avevano reso rauca la voce. Una volta usciti dalla sala operatoria, il medico ci informò che per almeno tre mesi non avremmo dovuto parlare. Non riuscivamo, infatti, a pronunciare alcun suono per cui, disse, avremmo dovuto cadere nelle mani di un foniatra. Eravamo disperati. Provavamo a parlare, ma non uscivano suoni. Come avremmo potuto fare i borsisti alla Poligrafici Editoriale? Nel frattempo partimmo da Roma e raggiungemmo Bologna. Con noi tutti gli altri vincitori del bando, ragazzi in gamba, animati dalla sana ambizione di riuscire a fare il mestiere più bello (sic!) del mondo. Direttore della scuola di giornalismo Alberto Marcolin, ogni giorno, da lunedì a venerdì, avremmo avuto un personaggio del settore che ci avrebbe raccontato la sua esperienza e il suo lavoro. Di tutti ci viene in mente Marco Margini del Resto del Carlino. Ci disse che il giornalismo è un mestiere meraviglioso, ma che non dovevamo farci travolgere e pensare sempre ad avere degli interessi personali alternativi. Aggiunse che, paradossalmente, era un mestiere che richiedeva una grande resistenza fisica. Ma come? Si sta sempre a sedere o, al massimo, in piedi. Non è vero ribattè, fate sempre del sano sport. Lui, infatti, non perdeva un giorno senza giocare a tennis.
Ci eravamo messi in fondo al salone, anche perché, non potendo parlare, a che cosa serviva stare nelle prime file? C'erano quelli che si volevano mettere in evidenza con le loro domande, noi restavamo in silenzio e in disparte. Tornati a Roma per qualche giorno, avemmo la fortuna che nostra suocera, quella dell'epoca, ci condusse a fare una visita da un otorino di grande spessore, con lo studio in via Savoia vicino Porta Pia. In una enorme sala vuota, aveva un angolo con pochi elementi. Ci fece aprire la bocca dopodiché, senza esitazioni, pronunciò le fatidiche parole che attendevamo: 'Ma quale foniatra. Parli pure senza problemi e vedrà che di polipi non sentirà più parlare'. Detto fatto. Tornammo a Bologna e iniziammo a recuperare terreno. Alla fine della borsa di studio fummo smistati nelle varie redazioni. Ci mandarono a Roma, sul lungotevere Arnaldo da Brescia, dove restammo due mesi. Riuscimmo a portare tutta la redazione nel ristorante di via Portuense dove lavoravamo il sabato e la domenica notte prima di risalire sul treno alle 2 e arrivare a Bologna di primo mattino, semidistrutti. Avremmo voluto rimanere nella capitale, ma non fu possibile. Così fummo spediti a Grosseto dove cominciammo a conoscere la realtà delle redazioni locale. In quel caso era La Nazione. Facemmo amicizia con Paolo Pighini, simpatico, veniva in redazione nel pomeriggio, dopo essere stato al mare a Principina a mare, in pantaloncini corti. Avevamo voglia di imparare e, dopo un po' ci misero a fare il giro di nera per telefono: inrcedibile, ma riuscivamo sempre a scovare qualcosa.
Dopo Grosseto, dove avevamo preso in affitto un appartamento, ma con sabato e domenica sera sempre al ristorante romano per racimolare i soldi necessari a vivere, fu la volta di Livorno e andò bene, in fondo ci eravamo nati. Anche qui affittammo un primo piano proprio in via Montebello dove c'era e c'è ancora la clinica che ci aveva visto nascere. Conoscemmo Beppe Mascambruno, livornese doc, che ci fece scrivere e firmare il primo articolo sulla cronaca livornese. Riuscimmo anche a farci presentare, dal critico d'arte locale, Millus, in arte Mario Illusi, un pittore straordinario che sapeva disegnare il mare come nessuno. Partecipammo alla incredibile giornata di sport e di basket con la sfida alla quinta partita tra Milano e la Enichem Livorno e con il canestro all'ultimo secondo di Andrea Forti che venne annullato dall'arbitro. Successe il finimondo. Essendo piena estate, andavamo anche al mare con la famiglia. Certo, avremmo desiderato calcare ben altri palcoscenici, ma bisognava accontentarci. A fine agosto ci fu comunicato che, dopo un mese di riposo, saremmo dovuti andare a Lucca e non la prendemmo molto bene, in particolare perché non la conoscevamo e a Livorno si era soliti dire A Lucca ti rividi oppure Ameriano di Lucca. Ci avessero detto che ci saremmo rimasti per tutta la vita non ci avremmo creduto. Arrivammo in questa valle di lacrime alla stazione e, una volta sbucati in piazzale Risorgimento, restammo di sasso: 'Ma dove c...o ci hanno mandati?' Pioveva e avremmo imparato che non sarebbe stata una novità. Ci colpirono i bastioni delle Mura, ma anche il sostanziale silenzio per noi che eravamo abituati a Roma.
Avremmo dovuto recarci e presentarci alla redazione lucchese del quotidiano fiorentino La Nazione. Situata in piazza del Giglio, dentro le Mura cittadine. Eravamo animati da buone speranze e anche speravamo in una accoglienza simile a quella di Livorno o anche di Grosseto. Salimmo le scale fino al secondo piano e suonammo il campanello. Non ricordiamo chi ci venne ad aprire, ma rammentiamo con certezza che, quel giorno, iniziò una esperienza-avventura che se da un lato arricchì enormemente il nostro bagaglio professionale, dall'altro ci condusse a vette di stress ineguagliabili e che ci avrebbero minato la salute. Ci presentammo al caposervizio, Paolo Magli, da Montecatini Terme. Meglio Mascambruno con quella simpatia tutta labronica. Magli, caposervizio, ci fece subito apprendere che ci accoglieva, ma non ci gradiva nel senso che avrebbe voluto al nostro posto un giornalista locale che conoscesse la città e che ci vivesse. All'epoca c'era Paolo Pacini, bravo e lucchese doc, che ci prese subito sui coglioni perché, a suo avviso, un borsista gli aveva scippato il diritto ad essere scelto prima. Il fatto è che tutti noi borsisti trovammo l'opposizione e l'acredine dei comitati di redazione che mal sopportavano che l'editore volesse assumere i propri giornalisti e non, come era sempre accaduto, quelli che sceglievano i sindacati. Capimmo subito che l'atmosfera sarebbe stata non delle migliori. Il vice caposervizio era Oriano De Ranieri. Quindi, come giornalisti a tutti gli effetti, Paolo Mandoli, Alessandro Del Bianco, Remo Santini. Fu con quest'ultimo che allacciammo un rapporto di simpatia al punto che il primo Capodanno trascorso a Lucca lo passammo insieme a lui e alla moglie Luisella oltre che a un ispirato chitarrista come Marcello Petrozziello. A Tofori.
5 - Continua



