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Scritto da aldo grandi
Cronaca
02 Maggio 2026

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Sono passati tanti anni e che anni, da quando questo scribacchino di provincia cominciò, nel settembre 1989, a lavorare presso la redazione lucchese del quotidiano fiorentino La Nazione. Abbiamo già descritto il clima dell'accoglienza, invero non del tutto amichevole, ma noi non avevamo timori: sapevamo cosa volevamo e non eravamo disposti a rinunciarci. All'inizio il caposervizio Paolo Magli ci inviava a coprire qualche conferenza stampa o anche, spesso, a fare le testine, una delle cose più stupide e prive di senso del giornalismo di provincia italiano. Che cosa significavano? Semplice. Magli decideva quale argomento trattare, dopodiché, insieme al fotografo, ci inviava a sentire cosa pensavano i lucchesi per strada. Non più di sei, qualche volta quattro: molti non volevano finire sul giornale, altri non vedevano l'ora. Alla fine il nostro porco dovere lo facevamo immancabilmente. Piano piano crescevamo anche nella considerazione dei colleghi. Nel pomeriggio era uno spettacolo assistere alla tavola rotonda degli sportivi, cui prendevano parte Alessandro Del Bianco, che curava il menabò e Emiliano Pellegrini con Luciano Nottoli, entrambi grande esperienza professionale e cresciuti sul campo. In quelle ore organizzavano agguati a qualche dirigente, ad esempio Pino Vitale, che non era stato particolarmente buono con loro. 

Avevamo un sogno ed era quello di occuparci di cronaca nera. Ci sentivamo portati per quel tipo di giornalismo, non avevamo paure, ci piaceva stare a contatto con la vita anche la più cruda e la morte, quella degli altri, non ci spaventava. C'era, però, a quel tempo, Remo Santini a fare la nera. Anche se bravo, a noi pareva più adatto alla cronaca bianca e, infatti, di lì a poco il caposervizio lo dirottò ad affiancare l'altro cronista di bianca, Paolo Mandoli che Magli teneva sempre d'occhio perché sapeva che era politicamente vicino ad un esponente della Dc che non andava d'accordo con il verio e proprio signore di Lucca, Piero Angelini. Noi che la politica la odiavamo, nemmeno pensavamo a queste vicissitudini interne al partito di maggioranza e, comunque, ci avrebbe pensato poi Tangentopoli a spazzare via tutto e tutti. Cercavamo in tutti i modi, sgomitando qua e là, di ricavarci uno spazio e farci strada. Magli esitava e non voleva affidare ad uno che non era di Lucca un settore così importante come la cronaca nera. Noi, però, avevamo un vantaggio: venendo da Roma, avevamo facile accesso ai carabinieri e alla polizia per la loro origine e per il loro modo di fare. Avevamo chiaro, nella testa, quello che volevamo ottenere: il massimo come giornalisti e per noi era l'approdo al Corriere della Sera di via Solferino a Milano e il massimo come scrittori pubblicando per le più grosse case editrici nazionali mentre, adesso, eravamo fermi alla casa editrice di Catanzaro.

Un giorno, poiché ci sembrava di perdere il nostro tempo a scrivere di cose inutili sul giornale lucchese, chiamammo il Corriere della Sera e ci passarono il responsabile delle cronache italiane, Fabio Cavalera. Gli chiedemmo se avevano bisogno di un collaboratore dalla provincia di Lucca. Fu entusiasta e nemmeno ci chiese il nostro pedegree. Il giorno dopo e gli altri due, gli inviammo tre pezzi che pubblicò con tanto di richiamo in prima pagina. Successe il finimondo. Ci chiamò Francesco Carrassi, all'epoca caporedattore centrale, che doveva averci sistematicamente sui coglioni perché non solo non lo nascondeva, anzi, lo manifesta proprio. Ci investì come un treno in corsa dicendocene di tutti i colori o quasi e invitandoci a Firenze dove voleva vederci, addirittura, il direttore Roberto Gelmini. Sentivamo di subire una ingiustizia, anche se, effettivamente, non avevamo chiesto alcuna autorizzazione, ma sapendo come funzionano le cose nei giornali, probabilmente non ce l'avrebbero mai data. A Firenze Gelmini ci accolse freddamente, ci spiegò, lui che veniva dal Corriere della Sera, che non potevamo mettere al secondo posto il giornale che ci dava da mangiare e, poi, ci concesse l'autorizzazione. 

Paolo Magli, il caposervizio, era ossessionato dal Tirreno e dal suo caposervizio Marco Innocenti, lucchese docg. Prendere un buco ossia non avere una notizia che, invece, il Tirreno aveva, equivaleva ad una tragedia smisurata con tanto di cazziatone più o meno velato. Valeva per la nera, ma anche per il resto del giornale. Solo lo sport era esente, perché Magli, di sport, non capiva granché e nemmeno gliene fregava più di tanto. Il Tirreno aveva la sede in via S. Croce e una squadra composta da validi colleghi, da Fabrizio Tonelli a Duccio Casini, da Dante Donati a Luca Tronchetti (nella foto). Poi, c'era un collaboratore che era una figura straordinaria, con un fiuto della notizia pressoché unico, amante della bella vita e capace di stare al mondo, Domenico Tani. Qualche anno dopo, piazzò un colpo incredibile e di portata internazionale, al punto che chi scrive, riprendendolo per il Corriere della Sera, suscitò l'ennesimo cazziatone del solito Carrassi che ci rimproverò di avere ripreso una notizia che aveva solo il Tirreno per un giornale nazionale come il Corriere. Dicevamo di Luca Tronchetti un ragazzo anche lui giornalista prima di noi, preparato, proveniente, come noi, dalla scuola di ragioneria, dotato di una memoria prodigiosa al punto che restavamo basiti ogniqualvolta ce ne dava prova. Seguiva la Lucchese, capiva di calcio, conosceva tutti. Poi faceva anche la nera e, poco dopo, diventammo concorrenti facendo a chi dava più buchi all'altro. Noi eravamo più adatti alla cronaca nera perché estemporanei, sfacciati, furbi lui era si bravo, ma più bravo nella cronaca giudiziaria perché più metodico e paziente quando per noi la pazienza era sempre stata una brutta bestia. Prendere un buco di nera significava, il giorno dopo, ricevere una ramanzina tale che veniva l'itterizia e per di più non potevi rispondere perché chi ce la faceva non capiva niente ed era obnubilato dall'ossessione di essere preso in difetto. Noi, a dire la verità, appena cominciammo a fare la nera demmo un sacco di notizie in esclusiva, ma questo perché avevamo rapporti esclusivi con ufficiali e marescialli dell'Arma. La polizia la seguiva Alessandro Del Bianco. Ciò nonostante, se dopo aver dato due buchi di seguito ne prendevi uno, era come se tu non avessi fatto niente. Ogni giorno si ricominciava daccapo ed era uno stress pazzesco. Proprio per alleviare questo clima di tensione, prendemmo, la sera, a sentirci una volta a casa e a vedere cosa avevamo entrambi: se era tutto uguale, bene altrimenti ci preparavamo a prenderlo nel baugigi il giorno seguente, ma, almeno, lo avevamo saputo in anticipo. Qualche anno dopo decidemmo che non valeva la pena prenderlo sistematicamente sotto la coda per fare contenti i capiservizio di turno e, spesso, ci mettevamo d'accordo. Ormai non ne potevamo più. Con Tronchetti nacque, così, un'amicizia che ha superato gli scogli delle vicende, spesso, per noi, tragiche che hanno attraversato la nostra esistenza. Diversi per carattere, opposti per modalità operative, avevamo però la coscienza pulita e la schiena dritta di chi agisce sempre in buonafede. Oggi, alla soglia della pensione, possiamo tranquillamente dire, del giornalismo e alla stessa stregua di Pablo Neruda, confesso che ho vissuto.

(7 - continua)

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