Il colonnello dei carabinieri Giuseppe Arcidiacono si insediò a Lucca al comando provinciale dell'Arma di Cortile degli Svizzeri nell'ottobre del 2017 in sostituzione del collega Marco Rosi. All'epoca noi eravamo alle prese con una malattia autoimmune che ci stava facendo perdere il sonno e anche qualcosa di più per cui non avevamo dedicato particolare attenzione alla nomina. Ci aveva telefonato, in verità, il nostro vecchio generale, lui si, un mito, Salvatore Maiorana da Siracusa e ci aveva preannunciato l'arrivo di Arcidiacono, a suo dire amico e persona davvero encomiabile. Gli dicemmo che eravamo disponibili ad incontrarlo con, magari, una particolare attenzione vista la 'raccomandazione'. E così fu. Arcidiacono ci accolse con simpatia e un sorriso che non ci entusiasmò, ma parlammo e affrontammo diverse tematiche. La Gazzetta gli piacque e ce ne parlava quando ci vedevamo in giro per la città. Non erano più i tempi di Maiorana, quando si faceva il giro di nera e si andava a salutare tutti nella speranza che emergesse qualche notizia. Ora di giri non se ne faceva più, nemmeno di valzer, arrivavano direttamente le veline.
Il Covid era di là da venire e il mondo viaggiava a velocità regolare verso un futuro difficile da decifrare, ma altrettanto facile da prevedere. La vita, in fondo, non lasciava grande spazio alla fantasia: si moriva e si viveva come si era sempre visto e fatto. A tutte le latitudini. Noi eravamo, in quel periodo, incazzati neri con il mondo e forse anche con l'intera galassia. Ci sembrava che il politicamente corretto stesse esagerando, che ammazzasse l'onestà dei giornalisti seri e coraggiosi, che annacquasse il già troppo acquoso terreno sul quale tutti noi camminavamo spesso increduli e comunque all'oscuro di tutto. Sparavamo, questo sì, ma sovente erano colpi sparati a salve nella consapevolezza che non esistono parole capaci di uccidere, bensì di far male, questo sì. Scrivemmo un articolo dal titolo Coglioni in divisa, che fece un incredibile numero di visualizzazioni arrivando a poltre 105 mila. Lo lessero ovunque nello stivale. Ovviamente era un articolo a favore, in tutto e per tutto, di polizia e carabinieri i quali, durante un tentativo di sgombero di un edificio in piazza Indipendenza a Roma, si erano beccati di tutto di più dai criminali che stazionavano dentro l'edificio. Ricevemmo i compli menti da decine di militari che, finalmente, leggevano quello che tutti pensano, ma nessuno scrive.
Lo lesse, evidentemente, anche il colonnello Arcidiacono il quale ci fece sapere che voleva incontrarci per un caffè. Quando ci vide, senza tanti preamboli e senza spiegarci bene perché, ci intimò tra il serio e il faceto, di cancellare articolo e, soprattutto, il titolo che, per noi, era provocatorio e significativo. Pensammo scherzasse e lasciammo correre. Qualche giorno dopo ci avvisò di nuovo. Se ci avesse detto quello che stava per fare, forse, avremmo cambiato il titolo. Forse. Fatto sta che lasciammo perdere anche questa volta. Durante un fine settimana maledetto, salimmo al Casone di Profecchia dell'amico Beppe Regoli con la solita nostra dolce - oggi profondamente amara - metà. Nemmeno il tempo di mettere gli sci e farci una mezz'oretta di campo scuola tanto per non perdere il vizio, che ccoti la brutta notizia: febbre a 39° e subito a letto in condizioni semicadaveriche. Eravamo mano nella mano sotto le coperte, consapevoli che sarebbe stato un week-end di m...a, che venimmo contattati sul cellulare dai carabinieri della compagnia di Castelnuovo Garfagnana. Ci dissero che dovevano notificarci un provvedimento di sequestro del giornale o, meglio ancora, di una categoria del medesimo. Restammo di pietra. Non capivamo chi aveva potuto farci questa bastardata. Così, con quasi 40° di febbre, scendemmo in auto a Castelnuovo per ritirare il documento. Quando ce lo consegnarono, ci venne quasi da piangere dalla rabbia: era stato il comando provinciale di Lucca dell'Arma, ovviamente su iniziativa di Arcidiacono, a rivolgersi alla procura e al magistrato chiedendo il sequestro.
Il giorno seguente, sfatti, tornammo a Lucca sdraiati sul sedile anteriore della nostra vettura. Al volante sempre lei, la ex non più dolce metà. Era quasi Natale. A casa non riuscimmo a fare il punto tanto eravamo distrutti nel fisico e nello spirito. Come si poteva chiedere il sequestro di un articolo che difendeva a spada tratta le forze di polizia? E come aveva potuto farlo proprio un colonnello dell'Arma. Da quel giorno maturammo un forte rancore verso chi ci aveva colpito in un momento così critico e in maniera così ingiusta e senza senso. Ci dispiacque anche vedere un sostituto procuratore della Repubblica non leggere o far finta di non voler comprendere la provocatorietà di un titolo che non era certamente offensivo. Inoltre durante il processo per l'articolo su Laura Boldrini, scoprimmo che qualcuno aveva infilato il faldone del procedimento sull'articolo 'incriminato' da Arcidiacono, proprio nel fascicolo del processo Boldrini. Come mai? Fortuna volle che il pubblico ministero al processo per la Boldrini, ne rilevò l'inconsistenza e l'inutile e ingiustificata presenza.
Comunque sia Arcidiacono dovette comprendere di averla fatta grossa. Tra l'altro nella caserma di Cortile degli Svizzeri c'eravamo cresciuti e tutti ci stimavano e volevano bene. Il clima, per di più, tra i militari della Benemerita, era tutt'altro che sereno. Un giorno, quando era vicino ad essere trasferito, volle incontrarci e ci disse che aveva provveduto a parlare con il magistrato e che tutto era stato sistemato. Noi, ovviamente, avevamo sparso in giro la voce che, se rinviati a giudizio, avremmo chiamato a testimoniare la nostra buonafede e la nostra amicizia per le forze di polizia, amici in divisa di polizia e carabinieri. Fatto sta che non sapemmo più niente e ci ritrovammo il fascicolo infilato insieme a quello per la Boldrini. Un mistero direte, nemmeno poi tanto.
Sono passati molti anni - e che anni - da quel 2017 e di Giuseppe Arcidiacono non abbiamo più avuto notizie se non che è andato in pensione tornando nella sua Messina. Ogni anno o quasi, ci invia dei messaggi di auguri sul cellulare e noi restiamo basiti. Anche noi, prima o poi, un messaggio di auguri dovremo scriverglielo. L'educazione, si sa, è mezza santità. Ma, come ci disse una sera a cena a Lucca lo scrittore cileno Luis Sépulveda a proposito del colpo di stato del generale Augusto Pinochet del 1973 e concesse le dovute proporzioni, Io non dimentico e non perdono.
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