Ne ho sentito parlare in questi giorni. Ne sono stati rinvenuti i resti durante certi scavi e con l’occasione se n’è ripercorsa la storia. Da questo porto, chiamato anche Porto Fiumicello o della Formicola, partiva un corso d’acqua navigabile che consentiva il trasporto delle merci (sale, seta grezza, legname e altro materiale da costruzione) fino a Pisa. Il porticciolo era piccolo, misurava circa 68 metri di lunghezza e 16 di larghezza, con una darsena di 10x5 metri, quattro scali d'attracco e un magazzino merci. Ma era sufficiente a mantenere vivace l’economia della città. Si arrivava fino al Mar Tirreno, e questo voleva dire aprirsi al mondo. Era dunque di vitale importanza per l’economia di Lucca. Fu chiuso nella seconda metà dell’Ottocento con l’arrivo della ferrovia che assicurò un più rapido e migliore collegamento.
Qualcuno vorrebbe che fosse riportato alla luce come memoria storica. Non so se sarà possibile. Ma certamente sarebbe un altro specchio dell’importanza della nostra città.
In questi giorni vedo anche apparire immagini di una Lucca da trasformare con nuovi tracciati e nuove alberature onde sfuggire alle temperature torride che si prevedono nell’immediato futuro. Chi le pubblica ha composto immagini davvero suggestive, che non possono che richiamare un’attenzione attrattiva del cittadino. Ma dobbiamo dirci che una Lucca così è irrealizzabile. Dovrebbe essere rivoltata come un calzino, per usare un’espressione che divenne celebre ai tempi di Mani Pulite. Come si potrebbe organizzare un lavoro di tali dimensioni? Quanti anni ci vorrebbero? E i disagi? I lavori porterebbero tanta occupazione, è vero, quindi anche un riscontro favorevole per le classi operaie, sempre bistrattate e messe da parte. Ma, ripeto, è un sogno irrealizzabile.
Tornando al porto della Formica, nel mio libro “Lucchesia bella e misteriosa. Storie e Leggende”, il lettore troverà una leggenda ambientata in quei tempi in cui era fiorente la navigazione che partiva dal porticciolo.
Nella zona di Parezzana, ove si erge una Torre che fu dominio prima della famiglia Sandonnini e poi della famiglia Spada, tra i barcaioli che navigavano il canale trasportando le merci, vi era anche una donna, molto bella e molto amata. Sapeva farsi voler bene. Di lei scrivo: “Si chiamava Clementina, ed era tanto allegra e forte quanto bella. Portava in quel rude mestiere la dolcezza e la grazia della sua femminilità. Un po’ tutti ne erano innamorati. Quando si avvicinava al faro, la si sentiva cantare con quella sua bella voce, e tutti dicevano:
– Ecco la Clementina! Sempre allegra lei, beato chi la sposerà.
E qualcun altro:
– Non è ancora nato l’uomo che se la piglierà per moglie. Forse è destinata a un principe, tanto è bella.
Ebbene, in una notte di forte temporale, non si vide più Clementina. La si cercò dovunque, ma senza successo.
Scrivo: “Ma una notte, ecco che dalla finestra della Torre, quella più alta e più stretta, esce un canto. È così dolce e armonioso che tutti vi riconoscono la voce di Clementina. Scendono in strada e corrono alla Torre. Il canto continua. Sì, proviene da lassù, dalla finestra più alta, non ci sono dubbi. Il guardiano del faro apre la porta con la grossa chiave e sale per primo la scala di legno, seguito da altri. Quando giunge in cima, proprio nel momento in cui mette piede al piano superiore, ecco che il canto cessa. Il guardiano si gira intorno, chiama anche gli altri, perché avvicinino la loro torcia alla sua, ma non c’è l’ombra di un cristiano. Niente, la stanza è vuota. Com’è possibile?”.
E ancora: “Nacque così la leggenda di Clementina e della Torre Sandonnini, da dove, ancora oggi, certe notti, al verificarsi di una misteriosa combinazione degli astri, si leva un canto come di sirena, che allieta e addolcisce il cuore. Tutti allora si affacciano ad ascoltarlo e stanno lì con gli occhi rivolti alla Torre nella speranza di poter un giorno sorprendervi Clementina.”.



