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Giovedì 7 Maggio 2026
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Scritto da aldo grandi
Cronaca
06 Maggio 2026

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Anno di (dis)grazia 1996. Aldo Grandi è diventato, nel giugno 1992, giornalista professionista. Promosso con sufficiente all'esame presso l'ordine nazionale dei giornalisti a Roma sul lungotevere, era tornato a Lucca, finalmente, soddisfatto di avere conseguito il tesserino di colore rosso. E' un anno di drammatica consapevolezza. Dopo anni di sofferenza e atroci dubbi sul da farsi anche per la presenza di un figlio, esplode la separazione e da quel momento la vita non sarebbe stata, nel bene e, purtroppo, anche nel male, più la stessa. In redazione, però, i drammi personali contano quanto il due di coppe a briscola quando regna bastoni cioè nulla. Ognuno deve pensare a fare il proprio mestiere, lamentarsi poco, trovare notizie, e provvedere affinché il giornale esca il mattino successivo come se niente fosse accaduto anche se, a volte, accadeva eccome. Paolo Magli era sempre più schizzato, alle prese con la concorrenza del Tirreno con cui, ormai, era in ballo una sorta di sfida all'ultimo sangue. Bastava prendere un buco, anche il più piccolo, per doversi sorbire dei cazziatoni che implicavano l'obbligo di comprendere come mai, noi, quella notizia non ce l'avevamo. Era una vera e propria tortura ogni mattina. Inutile spiegare che i buchi si prendono e si danno, se li davamo, un sorriso e via, se li prendevamo erano cavoli nostri. Cominciavamo a stancarci e a sentirci il fiato sul collo senza un ben preciso motivo: dall'autore di queste poche righe a Remo Santini, braccio destro di Magli a Paolo Pacini. Oriano de Ranieri andava in tilt quando toccava a lui fare il caposervizio, ossia una volta a settimana. e lo spettacolo che ci entusiasmava d più era quando, in preda al l'ira e allo stress, sparava qualche moccolo che ci mandava in estasi lui così religioso ed ex seminarista, pappa e ciccia con la chiesa di Lucca e con un parente che era direttore dell'archivio vaticano a Roma. Paolo Mandoli era sposato, ma un po' prete, a nostro avviso, sembrava anche lui. Alessandro Del Bianco era un lucchese che sapeva indossare gli abiti che portava. Il suo rito, ogni mattina, era il caffè o il cappuccino col pezzo dolce. Dopo aver ascoltato l'immancabile riunione di redazione tenuta da Magli, entrambi ci guardavamo come per dire... che coglioni!

Uno dei più belli articoli di nera pubblicato anche sul Corriere della Sera - tre articoli in tre giorni, roba da sturbo - fu quello dedicato a Toringo, il paese dei serpenti. Queste cose apparivano in una provincia che era ancora 'libera' e senza vincoli. Gli era che una sera una signora in camera alzò un indumento da una sedia e scoprì un serpente accovacciato. La paura fu totale e non sappiamo se ci fu anche un urlo. Fatto sta che intervennero i carabinieri e si scoprì che questo rettile e altri erano stati smarriti da un appassionato del genere. All'epoca le notizie te le dovevi trovare salvo quelle un po' più robuste che venivano annunciate da una conferenza stampa alla quale venivano convocati i giornalisti del settore. Anche se venivamo a sapere della notizia il giorno prima, regola era di attendere la conferenza stampa il giorno dopo. 

C'era stata Tangentopoli e la classe politica che per un cinquantennio aveva governato il Paese, era finita nel fango. I pubblici ministeri, sull'onda di quelli del pool Mani Pulite, videro accrescere il proprio potere e il proprio prestigio. Noi giornalisti avevamo trovato una fonte inesauribile di notizie e, allergici quasi tutti ai politicanti, pubblicavamo senza sosta. Lucca era, a quel tempo, una classica città di provincia. Le auto circolavano ancora nel centro storico, la sera si poteva parcheggiare in piazza del Giglio e partecipare al rito dell'assalto al Bar Caffè Astra, giusto accanto all'omonimo cinema. All'Astra c'erano tre donne che facevano il bello e il cattivo tempo, simpatiche in particolare Viviana Vannucci che stava alla cassa e la figlia Alessandra Landucci anche lei dietro la cassa. Proprietaria era Manuela Vannucci, moglie dell'avvocato Massimo Panzani. L'Astra era una istituzione, a volte non si riusciva nemmeno ad entrare tanta era la gente che si trovava all'interno. Se, poi, l'estate ci si dirigeva verso il Caffè delle Mura, la musica era la stessa. I locali di Lucca erano, sicuramente, più frequentati e frequentabili di quelli di adesso. Noi avevamo poco meno di 40 anni e dovevamo rifarci dell'astinenza degli anni precedenti. Lucca piano piano cominciava a piacerci anche se il nostro sogno restava quello di andare in via Solferino al Corriere della Sera. Provammo a domandare sia a Cavalera sia a Gianni Valenti, ma non c'era alcuna assunzione in programma. Riuscimmo, però, ad andare a Milano e a fare una visita al giornale. Andammo su e giù per i corridoi, vedemmo la sala delle riunioni, scendemmo in strada e notammo che era una delle zone più belle di Milano. A metà anni Novanta eravamo in un momento clou della nostra professione: a Lucca facevamo sempre le stesse cose e le facevamo sempre meglio, ma non c'era verso di crescere ossia, come diceva il grande Paolo Magli, per fare un cronista ci vogliono almeno dieci anni. A noi ne mancavano ancora un po', ma non è che ci sentissimo così indietro. 

Un giorno, una mattina di un giorno qualunque, era da almeno due settimane che pioveva ininterrottamente, avemmo un attacco di tristezza, Ci sentivamo inutili, sprecati, persi dietro notizie che non avevano senso, ma che dovevamo far finta lo avessero. Eravamo fermi, che cosa sarebbe stato delle nostre aspirazioni?. dei nostri sogni?, del nostro futuro? Dovevamo contare quante biciclette fossero parcheggiate in piazza Napoleone e ci sentivamo pronti per un suicidio di massa. La provincia uccide ci aveva detto Fidia Gambetti e aveva ragione. La nostra vita non progrediva, anzi, retrocedeva. Cosa avremmo potuto fare per uscire da questo circolo vizioso? Che forse avrebbe avuto ragione Valerio Morucci quando, anni dopo e durante la preparazione del libro su Potere Operaio, se ne usci dicendo che Lucca era il buco di culo del mondo?

(9 - Continua)

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