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Martedì 22 Settembre 2026
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Scritto da Francesca Ricci
Cronaca
22 Settembre 2026

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Link al video completo: https://www.youtube.com/watch?v=LSsKBngvZbc&t=2528s

Nel nono incontro del canale In Voce Veritas, Mariella Bonacci dialoga con la giornalista e criminologa Ilaria Bonuccelli: un confronto serrato sulla violenza, sul consenso, sulla responsabilità educativa e sul modo in cui raccontiamo le vittime.

La violenza non compare dal nulla, come un temporale imprevedibile in una giornata di sole. Prima di esplodere lascia tracce, modifica i comportamenti, altera il linguaggio, manda segnali che spesso preferiamo ignorare. Proprio da questa consapevolezza prende avvio l’ottavo incontro del canale In Voce Veritas, condotto da Mariella Bonacci, che questa volta ospita Ilaria Bonuccelli, giornalista, scrittrice e criminologa, da anni impegnata nell’analisi della violenza di genere e dei meccanismi che circondano le vittime.

Fra le due donne corre una conoscenza di lunga data, ma l’amicizia non trasforma l’intervista in una conversazione accomodante. Al contrario, il dialogo procede senza reti di protezione, affrontando divergenze, domande scomode e reazioni istintive. Nessuna formula confezionata, dunque, ma un confronto autentico su un tema che troppo spesso viene ridotto a slogan, numeri o indignazioni destinate a durare quanto un titolo di giornale.

Una criminologia che comincia dall’ascolto

Bonuccelli accoglie con cautela la definizione di criminologa, quasi volesse sottrarla alla tentazione tutta contemporanea di distribuire qualifiche con eccessiva disinvoltura. Studiare criminologia, osserva, non significa possedere automaticamente tutte le chiavi necessarie per interpretare il male, perché la preparazione richiede studio continuo, esperienza e specializzazioni molto diverse tra loro.

Le norme cambiano, la società si trasforma e persino il crimine modifica strumenti, linguaggi e modalità operative. Cybercrime, intelligenza artificiale, molestie online e diffusione incontrollata dei contenuti hanno aperto scenari che fino a pochi anni fa apparivano impensabili. Una competenza acquisita una volta per tutte, quindi, rischia di invecchiare prima ancora di essere messa alla prova.

Il sapere più prezioso, tuttavia, arriva dall’incontro diretto con chi ha subito violenza. Bonuccelli non considera le vittime semplici casi da analizzare, ma persone dalle quali imparare ad ascoltare ciò che i numeri non riescono a raccontare. Proprio questo contatto l’ha portata a interrogarsi anche sull’uso disinvolto della parola “fragile”.

Una donna maltrattata, un bambino abusato o un anziano ingannato non possiedono necessariamente una fragilità interiore. Possono trovarsi, piuttosto, in una condizione che li espone maggiormente al potere di qualcun altro. La fiducia, per esempio, non rappresenta un difetto del carattere, anche se una cultura ossessionata dalla diffidenza tende a considerarla una forma d’ingenuità. Senza fiducia non esisterebbero relazioni, cura o convivenza; trasformarsi in una corazza per non essere feriti significa rinunciare a una parte della propria umanità.

Quando il bullismo non torna più a casa

Il confronto si sposta poi sul bullismo, un fenomeno certamente non nuovo ma reso più invasivo dalla tecnologia. Un tempo l’offesa restava confinata nella classe, nel cortile o nel quartiere: faceva male, talvolta moltissimo, ma possedeva almeno un limite fisico e temporale. La vittima poteva tornare a casa, chiudere la porta e trovare una pausa.

La rete ha cancellato quella tregua. Un insulto affidato a una chat può essere inoltrato decine di volte, mentre un video pubblicato sui social può raggiungere in pochi minuti un pubblico sterminato. Il contenuto sfugge rapidamente al controllo di chi lo ha creato e continua a circolare anche quando tutti sembrano essersene dimenticati.

Chi subisce cyberbullismo non viene più perseguitato soltanto durante l’orario scolastico, ma può essere raggiunto in qualsiasi momento della giornata. Lo schermo, che avvicina persone lontane e offre opportunità straordinarie, diventa così una porta attraverso la quale l’aggressione entra in camera da letto. Come osserva Bonuccelli con un’immagine particolarmente efficace, la rete assomiglia a una città che non dorme mai; quando viene usata per ferire, però, somiglia soprattutto a un inferno che non concede riposo.

Imparare il consenso attraverso un bacio

Mariella Bonacci individua nell’educazione affettiva uno dei principali strumenti di prevenzione. Prima ancora di discutere di sessualità, bisognerebbe insegnare ai bambini a riconoscere emozioni, desideri, disagio e confini personali. Anche un gesto apparentemente innocuo, come obbligare un bambino a baciare o abbracciare un parente, può trasmettere un messaggio sbagliato: per compiacere gli adulti bisogna accettare un contatto che non si desidera.

Bonuccelli richiama, a questo proposito, una campagna di Amnesty International fondata su un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: ogni bambino dovrebbe poter dare un bacio soltanto a chi vuole. Il consenso non compare improvvisamente nell’età adulta, quando le relazioni diventano sentimentali o sessuali, ma comincia a formarsi durante l’infanzia, attraverso le piccole esperienze quotidiane.

Dire “no” senza sentirsi colpevoli costituisce una capacità che si impara, proprio come si apprendono anche l’obbedienza forzata, la paura di deludere e l’abitudine a mettere da parte il proprio disagio. Gli studi sul comportamento hanno mostrato da tempo quanto l’imitazione incida sull’apprendimento della violenza; allo stesso modo, famiglia e scuola possono insegnare rispetto, ascolto e libertà di scelta.

Non serve trasformare ogni casa in un’aula universitaria o consegnare ai genitori un manuale da seguire alla lettera. Occorre, semmai, offrire strumenti adeguati a un compito educativo diventato più complesso, magari affiancando ai tradizionali corsi preparto percorsi dedicati alla genitorialità, all’affettività e alla gestione delle emozioni.

Perché non ha denunciato?

Fra le domande peggiori rivolte a una vittima compare quasi sempre la stessa: perché non ha denunciato? Formulata dopo una tragedia, quella domanda sembra ragionevole, ma nasconde spesso un trasferimento della responsabilità. L’attenzione si allontana da chi ha commesso la violenza e si concentra su ciò che la vittima avrebbe potuto o dovuto fare.

Denunciare una persona alla quale si è stati legati non rappresenta un gesto automatico. Nel rapporto possono convivere paura, affetto, senso di colpa, dipendenza economica, speranza di un cambiamento e timore delle conseguenze giudiziarie. Un bambino abusato da un familiare, per esempio, potrebbe tacere non soltanto perché impaurito, ma anche perché teme di fare del male alla persona che dovrebbe proteggere, oppure perché non possiede ancora le parole necessarie per comprendere e raccontare quanto accaduto.

La stessa complessità accompagna molte donne vittime di violenza. Chiedere aiuto richiede consapevolezza, informazioni e soprattutto la certezza di non essere lasciate sole subito dopo. Quando una persona trova finalmente il coraggio di parlare e incontra impreparazione, sottovalutazione o vuoto istituzionale, la responsabilità non può più essere scaricata sulle sue spalle.

Prima di ripetere “doveva denunciare”, bisognerebbe domandarsi se quella donna conoscesse davvero i rischi, se avesse riconosciuto i cosiddetti reati sentinella, se qualcuno le avesse spiegato quali protezioni poteva ottenere e, soprattutto, se quelle protezioni sarebbero state effettive. Nessuna denuncia dovrebbe trasformarsi in un salto nel buio.

Le pene da sole non bastano

Ogni grave fatto di cronaca produce quasi automaticamente la richiesta di nuove leggi e pene più dure. L’inasprimento delle sanzioni può avere una funzione, ma difficilmente riesce, da solo, a prevenire la violenza.

La repressione interviene quando qualcosa si è già spezzato. La prevenzione, invece, richiede formazione obbligatoria per forze dell’ordine, operatori sanitari, insegnanti e per tutte le figure chiamate a riconoscere i segnali e ad accogliere una richiesta d’aiuto. Servono anche percorsi rivolti agli autori delle condotte violente, perché le scuse, quando non sono accompagnate da un lavoro profondo, rischiano di ridursi a parole utili soltanto a chi le pronuncia.

Bonuccelli invita, poi, a distinguere la reazione scomposta di una persona normalmente non violenta dalla condotta di chi trova soddisfazione nel controllo e nella sofferenza altrui. Anche una persona equilibrata può perdere la calma, alzare la voce o avere un gesto sbagliato; quando comprende ciò che ha fatto, però, prova a fermarsi, riflette e cerca di rimediare. Chi ha costruito nella violenza il proprio modo di stare nelle relazioni, invece, tende a ripetere il comportamento, giustificarlo e renderlo progressivamente più grave.

Il racconto dei media e quelle fotografie felici

Una parte particolarmente incisiva dell’intervista riguarda la responsabilità dell’informazione. Dopo un femminicidio, giornali e televisioni continuano spesso a mostrare immagini della vittima abbracciata al proprio assassino, magari durante una vacanza o una festa. Quelle fotografie raccontano un passato felice, ma collocate accanto alla notizia dell’omicidio producono un cortocircuito narrativo.

Chi osserva, soprattutto se molto giovane, potrebbe chiedersi come sia stato possibile arrivare alla tragedia partendo da una coppia tanto sorridente. Peggio ancora, potrebbe insinuarsi l’idea che la separazione abbia provocato qualcosa che prima non esisteva, come se la vittima avesse interrotto arbitrariamente una felicità perfetta.

Raccontare la violenza richiede parole e immagini capaci di restituire correttamente le responsabilità. Anche la formula “era una brava persona”, puntualmente raccolta tra vicini, amici e conoscenti dell’aggressore, serve a poco se non viene accompagnata da una domanda più seria: attraverso quali passaggi quella persona ha maturato un comportamento tanto distruttivo?

La violenza raramente nasce in un’unica mattina. Prima del gesto più grave possono emergere controllo, gelosia ossessiva, umiliazioni, minacce, isolamento, molestie o cambiamenti improvvisi. Cercare quei segnali non significa giustificare chi aggredisce, ma comprendere dove la società avrebbe potuto intervenire.

Una scuola lasciata in trincea

L’aggressività riguarda anche il mondo della scuola, dove episodi di bullismo, minacce e attacchi contro i docenti alimentano un clima sempre più difficile. Bonacci, parlando anche dalla propria esperienza di insegnante, descrive una professione che rischia di trasformarsi in una trincea. Ai docenti viene chiesto di istruire, educare, osservare il disagio, mediare i conflitti e supplire alle assenze delle famiglie, spesso senza disporre di strumenti e supporti adeguati.

La scuola non può limitarsi alla spiegazione di una lezione, ma nemmeno assumersi da sola ogni responsabilità educativa. Quando un insegnante individua un disagio e suggerisce alla famiglia di chiedere un aiuto specialistico, il percorso può bloccarsi davanti al rifiuto dei genitori. A quel punto il problema rimane nella classe, mentre le possibilità d’intervento si riducono.

Famiglia, scuola, servizi e istituzioni dovrebbero lavorare come parti dello stesso sistema, anziché passarsi reciprocamente il peso delle responsabilità. Un adolescente che pianifica un’aggressione difficilmente arriva a quel gesto senza aver manifestato alcun segnale. Il vero problema riguarda, semmai, la capacità degli adulti di riconoscerlo, interpretarlo e intervenire in tempo.

Curare la mente senza vergogna

Sul disagio mentale sopravvive ancora un pregiudizio tenace. Molte persone accettano senza imbarazzo di curare il cuore, lo stomaco o un’articolazione, ma esitano quando il problema riguarda la mente. Chiedere aiuto a uno psicologo, a uno psicoterapeuta o a uno psichiatra continua a essere vissuto come una confessione di debolezza, quando rappresenta invece un gesto di responsabilità.

Bonuccelli chiarisce anche un equivoco molto diffuso: la maggior parte delle persone affette da disturbi mentali non manifesta comportamenti violenti. Collegare automaticamente malattia psichica e pericolosità alimenta lo stigma senza aiutare a comprendere le cause reali delle aggressioni. Alla base della violenza si trovano spesso condotte apprese, modelli culturali, bisogno di dominio e incapacità di gestire la frustrazione, non necessariamente una patologia.

Un aiuto professionale può comunque servire a riconoscere e modificare i comportamenti prima che degenerino. Nessuno dovrebbe vergognarsi di chiedere sostegno, soprattutto quando comprende di non riuscire più a governare rabbia, ossessione o impulso al controllo.

Parlare prima che resti soltanto la cronaca

Emerge, infine, una certezza: intervenire soltanto dopo una tragedia significa arrivare troppo tardi. Le leggi servono, le pene anche, ma occorre costruire molto prima un’educazione capace di insegnare il consenso, il rispetto dei confini, la gestione delle emozioni e la libertà di chiedere aiuto.

Parlare di violenza non alimenta la paura, se lo si fa con competenza e misura. Al contrario, sottrae spazio al silenzio nel quale prosperano gli abusi. Continuare a interrogarsi, raccontare e ascoltare può sembrare una piccola goccia nel mare, ma proprio da quelle gocce comincia ogni cambiamento autentico.

La violenza non diventa normale soltanto perché compare ogni giorno nelle cronache. Normale diventa, semmai, quando smettiamo di riconoscerla, quando la giustifichiamo con una fotografia sorridente o quando domandiamo alla vittima perché non abbia saputo salvarsi da sola. Il compito dell’informazione, della scuola, delle famiglie e delle istituzioni consiste allora nel cambiare domanda: non più “perché non hai denunciato?”, ma “che cosa possiamo fare perché tu non debba affrontare tutto questo da sola?”.

Link al video completo: https://www.youtube.com/watch?v=LSsKBngvZbc&t=2528s

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