Ruggero Zangrandi e il suo lungo viaggio attraverso il fascismo erano stati coloro i quali avevano spinto fino all'estremo la nostra curiosità verso il mestiere di giornalista. Avevamo divorato il grosso tomo edito da Feltrinelli nel 1962 e lo stile dell'autore ci aveva appassionato al punto che lo avevamo divorato in breve tempo. Avevamo, poi, trovato alla libreria Riccardi che frequentavamo giornalmente, un altro libro, La tradotta del Brennero, che raccontava le vicende dell'autore dalla sua deportazione in Germania fino al ritorno nell'immediato dopoguerra. Poi non ci eravamo lasciati sfuggire il volume sull'8 settembre 1943 e sulla ignominiosa fuga dei generali felloni a Pescara e l'imbarco per fuggire a Brindisi e farsi proteggere dagli alleati. Quindi l'inchiesta sul Sifar, il servizio segreto. In sostanza Zangrandi era un giornalista e uno scrittore con una fortissima passione civile, un uomo che aveva sofferto indicibilmente nelle carceri di Alexanderplatz a Berlino, che era sopravvissuto solo e soltanto nella speranza e nella fiducia che ad attenderlo ci fosse ancora la moglie Nora Gulotta mentre, purtroppo, scoprì che lei lo aveva tradito. Una vita stravolta e travolta dagli eventi, ai quali non seppe resistere e dai quali fu spinto al suicidio nel maggio 1970.
Avevamo avuto accesso ad alcuni archivi dove avevamo individuato materiale interessante, tra cui l'archivio di Stato di Massa e Carrara. Lavoravamo alla redazione della Nazione di Lucca, ma quando avevamo il giorno libero, la cosiddetta corta, ci dirigevamo dove sapevamo poter trovare del materiale. Fummo anche contattati da Augusto Mastrangeli, ex cronista parlamentare, collega di Ruggero Zangrandi a La Repubblica d'Italia che ci invitò ad andarlo a trovare a Sacrofano un paese molto, ma molto carino e dove ci condusse a pranzo a mangiare i rigatoni con la pajata. Prima ci aveva ospitati a casa e ci fece vedere le decine di quadri appesi alle pareti tra cui un incredibile ritratto dipinto dal pittore napoleonico Jacques-Louis David regalo di Ruggero Zangrandi che lo aveva ricevuto dal padre Cesare di professione sarto che lavorava per il re Vittorio Emanuele III. Mastrangeli aveva convinto la moglie e la figlia di Zangrandi dicendo loro che era meglio poter conoscere e seguire uno scrittore che voleva fare la biografia di Ruggero, piuttosto che fargliela fare da sé e chissà con quali risultati.



