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   Anno XI 
Venerdì 22 Maggio 2026
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Scritto da aldo grandi
Cronaca
21 Maggio 2026

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Andato via Marcello Mancini, gli subentrò Remo Santini, il vecchio braccio destro di Paolo Magli. Cronista di nera prima, di bianca poi, ha sempre avuto una passione sia per la politica sia per l'organizzazione di eventi. Ambizioso, sveglio, concreto, capace di arrivare là dove e quando gli altri non erano ancora nemmeno partiti. Finalmente la redazione della Nazione aveva un caposervizio lucchese e una redazione completamente made of Lucca se si pensa che l'unico straniero era, appunto, Aldo Grandi che, comunque e bontà sua, a Lucca era l'unico giornalista da sempre che aveva scelto di fermarsi e mettere su... famiglia. Santini era una persona piacevole, non rompeva più di tanto le scatole, ma pretendeva, giustamente, attenzione e impegno nelle cose, anche quelle apparentemente più insignificanti. La mattina, alla riunione di redazione, tra le 10.30 e le 11, tutti nella sua stanza per ascoltare ed eventualmente proporre. Noi, che spesso restavamo alla nostra scrivania, venivamo da lui chiamati con un: Grandine, sì perché sapeva bene che facevamo danni ovunque mettessimo la... penna. Ci fu un periodo in cui, a Firenze, il direttore voleva il cosiddetto primo piano ossia due pagine piene che affrontassero, snocciolassero e passassero al setaccio un argomento. Quindi era necessario trovare tutti i giorni un tema e affidarne poi la compilazione ai collaboratori. Tutti i giorni per 365 volte all'anno anzi, ad eccezione della domenica e del sabto, era un massacro. Santini non ci dormiva la notte, confessava apertamente, e spiegava che doveva mettersi al tavolo fino a tardi per sviscerare il lavoro del giorno seguente. Era uno stakanovista, né più né meno di com'era Paolo Magli.  Solo che non era paranoico e non metteva pressione ai colleghi. Santini era, inoltre, un grande promotore del giornale. Proponeva a Firenze la realizzazione di iniziative editoriali puntualmente bocciate a meno che lo stesso Remo trovasse i soldi per farle. E lui, grazie anche a Marcello Petrozziello, trovava nella fondazione Cassa di Risparmio un contributo non indifferente. Il giornale andava e, tutto sommato, nemmeno tanto male. 

Noi, inutile negarlo, eravamo in un momento della nostra vita particolarmente vivace. Eravamo appena tornati dalla finale di Berlino dove l'Italia aveva vinto la coppa del mondo e i biglietti ce li aveva consegnati Silvio Giusti nella capitale tedesca ed erano stati un regalo di Enrico Castellacci. Eravamo con nostro figlio, il regalo per la sua maturità. Era il 2006. Avevamo appena 45 anni. L'anno successivo chiudemmo una relazione decennale e ci tuffammo in una nuova avventura, senza curarci del dolore e delle macerie che stavamo lasciando. E' sempre stato così, fino a quando le macerie le hanno lasciate a noi... Non avevamo più voglia di lavorare a Lucca, il giornalismo di provincia uccide aveva detto l'amico e maestro Fidia Gambetti e aveva ragione. Ormai sapevamo fare tutto e avevamo imparato ogni segreto. Non ci interessava fare carriera. Mettemmo su, quindi, un giornale on line dedicato ai colori rossoneri, Gazzetta Lucchese, che ben presto diventò una voce importante ed esclusiva nel panorama cittadino. Con me c'era Fabrizio Vincenti, un grande amico col quale, poi, le cose non andarono per il verso giusto fino alla rottura, ma i primi anni furono straordinari. Partivamo per le trasferte in giro per l'Italia e con quello che era il rimborso spese, aggiungendoci qualcosa di tasca nostra, potevamo seguire la Lucchese in due. Fu una iniziativa che ci diede entusiasmo e nuova linfa vitale. Ciò nonostante Santini ci rompeva i marroni un giorno sì e l'altro pure fino a quando, chiamato da lui stesso, venne a Lucca il caporedattore centrale Piero Gherardeschi, un uomo al quale non ci legava alcunché e che, onestamente, non ci trasmetteva alcuna emozione. Si chiuse la porta del caposervizio dietro le spalle e ci disse paro paro che dovevamo smetterlqa di scrivere sulla Gazzetta Lucchese dopo aver premesso che eravamo, da sempre, un po' esuberanti che nel linguaggio giornalistico voleva dire un po' rompicoglioni e, per questo, insopportabili e ingestibili.

C'era stato anche l'ultimo aggancio con il Corriere della Sera. Era stato Guido Vergani, il figlio del grande Orio, inviato speciale di grandissimo spessore, a parlare di noi e anche bene, a Piero Ermini che già ci conosceva e a Gianni Valenti. Si aprì la possibilità di salire a Milano e occuparsi dei cosiddetti dorsi, ossia dei fascicoli dedicati alla cronaca locale. Noi, in realtà, volevamo tornare a Roma perché Roma ci mancava, ma l'unica chance era Milano. Cominciammo a chiedere a Valenti che cosa ci dava il Corriere per salire su e lui ci snocciolò tutta una serie di benefit a cominciare dall'auto gratis. Ad un certo punto ci vergognammo e dopo aver ringraziato, salutammo ogni possibilità. Andare a Milano al Corriere era come andare alla Juventus: ci vai e basta perché sei nel meglio del meglio. Se cominci a chiedere stai a casa.

Tornando a Lucca, vivemmo il fallimento della Lucchese di Fouzi Hadj e Remo Santini, per punizione, l'anno successivo ci sostituì con Diego Casali o meglio, metà partite lui, metà noi, ma tanto ci eravamo già stancati anche di quello. Senza fiducia non si va lontano e avevamo anche vissuto il fallimento della società come se si trattasse di una faccenda personale. Del resto al presidente sirio-armeno avevamo subito voluto bene. Improvvisamente ci rendemmo conto che la nostra vita non aveva più un senso professionale e anche per il resto.  Uscivamo dal tribunale per il giro di giudiziaria insieme a Luca Tronchetti e spesso gli chiedevamo di coprirci che dovevamo andare a prendere i figli della nostra compagna a scuola. C'era un tacito accordo il più delle volte a non farsi del male, erano lontani, fortunatamente, i tempi di Paolo Magli e delle sue fissazioni. Quando uscivamo uno a fianco dell'altro, però, gli dicevo che avevo un sensol di nausea e di mal di stomaco la mattina al solo pensiero di venire a lavorare. Gli chiedevamo quanto, secondo lui, l'azienda ci avrebbe dato se ce ne fossimo andati. Le cifre si inseguivano, ma era chiaro che con quelle non ci avremmo potuto campare a lungo. Io, però, non mollai perché non ce la facevo più a sopportare. Venni a sapere che la Poligrafici Editoriale voleva snellire il proprio parco-giornalisti ed era disposta ad ascoltare. Così salii a Bologna a parlare con il direttore del personale. Me ne andai con una proposta di 50 mila euro, roba ridicola. Una volta a Lucca niente dissi a Santini, ma più tardi, dopo il secondo incontro, gli confessai che non ce la facevo più e che probabilmente avrei fatto di tutto per salutare. Ero talmente scoppiato che sbagliai anche i nomi dei parenti di un morto in un incidente stradale, segno che non ci stavo più con la testa. Una mattina mi incazzai anche con Remo Santini, con cui eravamo amici fraterni, e lo mandai a quel paese. Non c'era, onestamente, più spazio né tempo per me alla Nazione. Dopo un tira e molla secolare, me ne andai con 260 mila euro, una somma sbalorditiva per quei tempi, improponibile adesso, e per la prima volta in vita mia da quando andavo all'Università, mi svegliai senza l'ansia di dover andare in piazza del Giglio. Che meraviglia! Avevamo calcolato tutto: ce ne andavamo dopo vent'anni e un giorno, giusto il tempo necessario per poter prendere, a tempo debito e dopo quasi altri vent'anni, la pensione.

(14 - Continua)

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