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Scritto da andrea cosimini
Cultura
21 Aprile 2022

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Finalmente un corso di giornalismo sulla cultura. O, meglio, sul giornalismo... di cultura. Era ora. Non per altro, ma visto che questo settore - da sempre rilegato in terza fascia (quando va bene) sull'online e in terza pagina (quando va di lusso) sulla carta stampata - è stato uno dei primi a dover fermarsi (nonché uno degli ultimi a ripartire) per le ben note restrizioni dovute alla pandemia, era giusto ripartire da qui e farlo, perdipiù, con una platea numerosa e (sorprendentemente) giovane. 

Tanto è stato oggi all'auditorium di palazzo delle esposizioni della fondazione Bml a Lucca dove, nonostante il tempo avverso, un nutrito gruppo di colleghi (e non solo) si è dato appuntamento per assistere alla lezione (se così si vuol chiamare) dei giornalisti professionisti Marco Ferri, esperto in comunicazione culturale, ed Enrico Salvadori, veterano del mondo dello spettacolo, su "Cultura e spettacolo: fonti, comunicazione ed errori da evitare".

Il merito di tanta partecipazione va, ovviamente, a chi ha organizzato questa occasione di confronto: in primis, la fondazione Alfredo Catarsini 1899, rappresentata dalla presidente Elena Martinelli, un'intraprendente donna di cultura che, proprio in questi giorni, nel contiguo palazzo delle esposizioni, cura una mostra retrospettiva dedicata a suo nonno, il celebre pittore viareggino Alfredo Catarsini, di cui il comune di Viareggio sembra non aver metabolizzato bene l'importanza dato che, 30 opere (tra le più rappresentative) di questo artista - donate (e selezionate) peraltro dalla famiglia - sono ancora parcheggiate in deposito in attesa di una collocazione da, oramai, vent'anni o giù di lì. Assurdo.

Ad introdurre e moderare l'incontro, un altro 'pezzo da 90' del calibro di Adolfo Lippi, giornalista e poi regista, per trent'anni, di spettacoli in Rai (Sanremo, Domenica In etc.). A lui è spettato l'ingrato (ma necessario) compito di 'stroncare' l'attuale palinsesto televisivo (attenzione: generalista) con tanto di nomi e cognomi: "Lo scadimento della tv in Italia - ha affermato - è iniziato negli settanta con Maurizio Costanzo il quale, con quattro sedie ed altrettanti personaggi, è riuscito a fare la stessa audience di altri programmi di successo del tempo, ben più onerosi a livello di spesa. E' da quel momento, a mio avviso, che è iniziata l'era delle chiacchiere in televisione; la stessa che oggi imperversa - dalla D'Urso alla (ahimé) guerra - perché fa risparmiare le grandi reti televisive".

Spietato, forse, eppure molto lucido. Lippi ha quindi passato il microfono al primo relatore, Enrico Salvadori, giornalista di cronaca e appassionato di spettacolo, ex penna de La Nazione, ma oggi in pensione, il quale ha parlato del rapporto specifico tra comunicazione e, appunto, spettacolo: "Oggi - ha sentenziato - il livello è piuttosto scadente. Non parlo solo dei programmi generalisti, ma anche dei talk-show dove, molto spesso, personaggi di assoluto spessore si ritrovano in mezzo a 'gazzarre' messe su appositamente per fare audience. Anche il varietà - ha continuato Salvadori -, che era il re dei palinsesti Rai, oggi è sparito. Non so se si sta seguendo il gusto della gente. Dubito. Anche perchè, l'ultimo grande varietà ("Torno sabato" dell'amico Giorgio Panariello), ha avuto grandi indici di ascolto. Il problema è che i programmi sono ormai legati a doppio (se non triplo) filo con la campagna pubblicitaria".

Un declino che, sempre secondo il relatore, andrebbe di pari passo con quello del gossip (di cui lo spettacolo, in fin dei conti, si nutre): "Anche questo è cambiato - ha sottolineato Salvadori -: oggi le foto dei paparazzi sono tutte accordate a tavolino. La celebrità, specialmente se in ascesa, concorda e paga le foto che poi finiscono (apparentemente in maniera 'inaspettata') sui rotocalchi".

Quindi cosa salvare? "Stando agli artisti - ha concluso l'ex giornalista della Nazione -, direi gli esperimenti live di Jovanotti (vedi il "Jova Beach") e di Elisa (una specie del primo, ma più 'green'): format, ovviamente, dispendiosi ed audaci, ma di successo (se non altro, questi due artisti non si sono limitati a ripetere la stessa formula, ma hanno provato a proporre qualcosa di nuovo); stando invece ai giornalisti di spettacolo, direi coloro che ancora hanno voglia di verificare le notizie con scrupolo, senza limitarsi al 'sentito dire'".

Sulla stessa linea d'onda il giornalista fiorentino Marco Ferri che, nel suo vasto curriculum, vanta anche un passato come addetto stampa per la Galleria degli Uffizi. Secondo Ferri, nessuna redazione dovrebbe limitarsi al 'copia e incolla' dei comunicati stampa: "Ciò che più conta, per un giornalista, è l'esperienza diretta - ha esordito -, che si basa sull'utilizzo dei cinque sensi. Chi fa questo mestiere, spesso, si dimentica del grosso potere che ha. Bisogna mettere in difficoltà il nostro interlocutore quando si intervista, non limitarsi a ricopiare i lanci di agenzia: essi non sono fonti primarie, ma secondarie".

Ferri è quindi entrato nel vivo del suo intervento, incentrato sul rapporto particolare tra comunicazione e cultura: "Siamo 'orafi delle parole', quindi usiamole bene - ha ammonito -. Quando si parla di 'patrimonio culturale' in Italia, non si parla solo di patrimonio 'artistico'. Quest'ultimo, casomai, è un sottoinsieme del primo. Stesso discorso vale per l'affermazione (fatta a mezzo stampa): "Il patrimonio culturale è il nostro petrolio". Attenzione: niente di più falso. il patrimonio materiale e immateriale del nostro paese non è petrolio che, come brucia, finisce; al contrario: va conservato (prima di tutto), poi valorizzato e tutelato. Oggi, invece, siamo in una fase di valorizzazione sfrenata e, ciò che - in alcuni casi - si trascura sono la tutela dei beni e la loro conservazione".

Ferri è stato pratico: "Faccio un esempio concreto - ha specificato -: tutti voi conoscerete il MiC e il Fec. Ebbene, questi due enti, che sono parte dello stato, non possono - ad oggi - prendersi cura al meglio del nostro patrimonio culturale perché non hanno... soldi. Ci pensate?"

Ovviamente, le opinioni espresse dai due relatori non hanno trovato unanimità di consensi tra il pubblico e ciò ha fatto bene al dibattito che si è svolto in modo educato e costruttivo. Su tutti, da sottolineare l'interessante (e, per certi versi, inaspettato) intervento di Marialina Marcucci, presidente della Fondazione Carnevale di Viareggio, presente in sala, non come giornalista, ma come "curiosa": "Non sono per niente d'accordo su quanto detto in merito allo scadimento della televisione oggi - ha risposto -. Credo, anzi, che i nuovi mezzi tecnologici che i giovani hanno a disposizione possano rappresentare un'occasione di crescita per il futuro". Ed ha riportato l'esempio delle serie di Netflix (obiettivamente di alto livello, nonostante qualche... scivolone storico).

Il corso si è concluso - per chi ha voluto approfittarne - con una visita guidata alla mostra "Alfredo Catarsini. Dalla Darsena alla Linea Gotica 1917-1945): dopo un bagno di parole, ecco bel un modo per metterle subito in... pratica.

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