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Scritto da andrea cosimini
Cultura
18 Marzo 2022

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Da che mondo è mondo, gli incontri casuali governano il corso degli eventi. E così può capitare che, diretti ad una mostra, si possa incappare, per sbaglio, in un'altra, e fare così la conoscenza di qualcuno con il quale - per strane ragioni di alchimia - ci si capisce al volo, pur ignorando, reciprocamente, l'esistenza l'uno dell'altro fino ad un istante prima.

C'è chi lo chiama caso, chi destino. Dante Alighieri, forse, lo chiamarebbe volere divino. Dante Alighieri? E che c'azzecca, direte voi. C'azzecca perché la persona in questione si chiama proprio come lui, Dante. Beh, un nome importante da portarsi sulle spalle, anche se, nel suo caso, il problema è risolto alla radice: in arte, infatti, si fa chiamare Dantès.

Arte, sì, arte. Perché Dante - Dantès, pardon -, oltre che essere una persona squisita, laziale di origine ma lucchese di adozione, è un eccellente fotografo. Anche se, a ripensarci, 'fotografo' è riduttivo: diciamo, allora, un artista della fotografia. 

Dal 4 marzo (fino al 3 aprile) cura un allestimento, intitolato "L'occhio del tempo", in sala dell'Affesco, presso il complesso San Micheletto, in via Elisa a Lucca. Una selezione di 55 foto a colori, scelte in base alle località, così da poter rappresentare tutta la provincia di Lucca, dalla Garfagnana alla Versilia, fino alla Lucchesia.

"L'ispirazione per la mostra - spiega Dante - mi è venuta da due parole della cultura giapponese: wabi-sabi, ovvero, 'il bello dell'imperfezione'. Sono andato a ricercare luoghi abbandonati della provincia di Lucca - come chiese, ponti e mulini -, trovando posti magnifici da rappresentare a livello artistico".

Pur essendo un fotografo di 'vecchia' generazione, abituato quindi a lavorare con l'analogico, Dante si è dovuto adeguare alle nuove tecnologie ricorrendo all'uso del digitale e dei droni. "Ho preso il patentino - sottolinea Dante - ed ho acquistato un drone professionale con il quale ho scattato una ventina di foto che ho deciso di inserire nella mostra. L'ho fatto per offrire nuove prospettive di questi luoghi". 

E proprio qui sta - a nostro avviso - il pregio della mostra: Dante è infatti riuscito a fotografare luoghi che tutti noi conosciamo, ma da un punto di vista talmente originale da farceli scoprire di nuovo: "Gli esempi più eclatanti - afferma l'artista - sono gli scatti a Le parole d'oro (o parco del Nottolini), nel comune di Capannori, che - per aver utilizzato certe prospettive - hanno riscosso un notevole successo tra il pubblico".

La particolarità di Dante sta nel modo stesso in cui si dedica alla sua arte: "Molti mi chiedono come ho fatto a trovare questi luoghi sperduti - specifica -. Per lo più, tramite il passaparola. In sella alla mia amata Vespa parto, armato di borsa e cavalletto, e mi dirigo sul posto. In certi luoghi sono dovuto tornare più volte per trovare la luce giusta". 

Impossibile passare in rassegna foto per foto. Basti pensare che la più vecchia in assoluto, tra quelle esposte, è datata 1994 ed è stata scattata in analogico per poi essere convertita, successivamente, in digitale. Si tratta della vista del paesino sommerso Fabbriche di Careggine, tornato alla luce (oramai quasi 30 anni fa) dopo l'abbassamento del lago di Vagli. "Si parla di un nuovo svuotamento - dice, a tal proposito, Dante -, ma non aspettiamoci di ritrovare il paese nelle stesse condizioni. Prima il lago veniva svuotato con più frequenza, ora i detriti che ha portato con sé il fiume credo che avranno riempito tutto".

Infine, un aneddoto legato sulla Trave di Cristo a Bagni di Lucca: "In un paesino completamente abbandonato del comune - conclude Dante - mi ha colpito questo affresco sulla Crocifissione che, trovandosi all'interno di una cappella, è stato risparmiato dalle bombolette spray in quanto una trave del tetto crollato si è messa di traverso al cancello e non ha permesso a questi artisti di strada di entrare. Mi ha colpito molto questo fatto".


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