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Venerdì 2 Ottobre 2026
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Scritto da Bartolomeo Di Monaco
Cultura
01 Ottobre 2026

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Su “il Giornale” on line del 2 settembre 2026 leggo l’articolo che il giornalista Davide Brullo dedica allo scrittore Pietro Mellini. Non conosco nessuno dei due. Mai letto nulla di loro. Ma mi ha interessato la frase con cui il giornalista chiude il suo pezzo, allorché ricorda alcune qualità dello scrittore. Eccola: “Estro, sapienza narrativa, scrittura al bulino: abilità costantemente vilipese da una macchinazione editoriale che premia la facilità quando non la sciatteria e l’assenza di stile ovvero l’idiozia eletta a misura di Premio Strega e di serie Netflix.
Qui siamo alla bocciatura del Premio Strega, senza se e senza ma.
Ma è così? Qualche anno fa recensii un vincitore del Premio Strega, Tiziano Scarpa, che vinse l’edizione del 2009 con “Stabat Mater”. Fioccarono molte critiche, secondo le quali Scarpa aveva in qualche modo copiato il racconto “Lavinia fuggita” di Anna Banti, uscito nel 1952 nella raccolta “Le donne muoiono”. Ma a me il romanzo piacque, tanto che nella mia recensione lo difesi mettendo in risalto le differenze tra le due opere. Scarpa mi scrisse lodando la mia lettura, e qualche tempo dopo mi scrisse anche una studentessa che stava preparando la tesi proprio su Tiziano Scarpa. Mi disse che era stato lo scrittore ad indirizzarla a me per avere qualche ragguaglio. La stessa cosa mi successe quando lessi il romanzo di Helena Janeczek “La ragazza della Leica”, vincitore nel 2018. Anche qui ricevetti i complimenti dell’autrice, molto attiva sui social e su Facebook. Dunque, i 2 romanzi, almeno per me, furono una buona scelta della Giuria.
Ma anche quest’anno il vincitore del Premio, Michele Mari, con il suo “I convitati di pietra”, è stato oggetto di critiche. Di Mari ho letto un solo libro, “I convitati di pietra”. Nel recensirlo, nel 2007, scrissi “Ma presentate queste riserve, diciamo che il Mari è scrittore virtuoso, e la sua è un’opera intellettuale, di pensiero, con alcune tesi raccolte e rilanciate che possiamo o non possiamo condividere, ma che restano suggestive (…). Anche il linguaggio è accattivante, ma non fascinoso e funzionale, profondo, come quello, ad esempio, ricostruito da Pomilio nel suo “Il quinto evangelio”
Ho partecipato anch’io a taluni Premi, naturalmente minori. Per qualche anno mi affezionai al Premio Giovanni Gronchi, che si teneva a Pontedera e vinsi varie volte, ricavandone felicità, ma anche un po’ di eccessiva esaltazione.
Dunque, non posso dire male dei Premi letterari, e quindi di quello più in vista di tutti, il Premio Strega. Dico solo che le giurie non sono tutte infallibili, e qualche cantonata gliela dobbiamo concedere.
Ho appreso con piacere che nella giuria del Premio Viareggio-Repaci, sono entrati da qualche tempo anche Luciano Luciani e Leonardo Colombati. Due scrittori che se ne intendono. Anche di Colombati ho recensito alcuni suoi romanzi. Venne a Lucca per conoscermi. Ci incontrammo nei pressi del cavalcavia di San Donato, dove una volta aveva una sede periferica il Monte dei Paschi di Siena. Ho un buon ricordo di lui, anche se, morto il compianto Enzo Siciliano, e trasferitosi presso una casa editrice Mario Desiati, i quali, dopo aver pubblicato un mio lavoro sullo scrittore di Altopascio, Remo Teglia, e letto il mio scritto su “Il passo dei longobardi” di Arrigo Benedetti, mi sostenevano, chiesi a lui di aiutarmi a continuare la mia collaborazione a Nuovi Argomenti. Mi rispose che in quella rivista aveva altri incarichi e non poteva aiutarmi. E così persi i miei santi in paradiso. Mi rimase qualche dubbio, ma la stima che ho di lui è rimasta intatta (si commosse - parole di Giulio Mozzi - quando scrissi nel 2007 sul suo libro d’esordio “Perceber”). Di Luciani, poi, non dico. Abbiamo idee diverse in politica, ma è un galantuomo, e quando intinge la penna (per modo di dire) non lo fa per caso. Sta conducendo una battaglia per la sopravvivenza a Lucca del MuR (Museo del Risorgimento). Anche in questa occasione, gli rinnovo la mia solidarietà.

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