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Scritto da Redazione
Cultura
05 Marzo 2022

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La luce può essere rappresentata da tante cose: può essere un sentimento provato o riprovato dopo tanto tempo, una canzone, riascoltata o forse sentita con nuovi occhi, può essere una ritrovata speranza di pace, quando la guerra brucia e devasta nel cuore e non solo, può essere un’opera d’arte che ci riconcilia con la bellezza del mondo e dell’uomo, perché ci ricorda che quelle mani e quelle menti sanno dare origine a tante cose, non solo imbracciare fucili o dare ordini di morte…

Un’opera d’arte, dicevamo… E parlando di arte chi più di Michelangelo Merisi da Caravaggio ha saputo rappresentare la luce, darne voce, forma e colori? Proprio lui che il buio lo aveva vissuto, in una vita di alti e bassi, come tante vite, dove il dolore lo aveva colpito così forte da volerlo “eternare”, dove gli umili almeno sulla tela erano i protagonisti, dove santi e prostitute si confondevano e si intersecavano l’un l’altro, cancellando quelle differenze che oggi fanno da padrone in una società malata, dove chi è diverso è nemico…

Proprio lui, Caravaggio, unitamente a una nutrita schiera di caravaggisti, ritorna prepotentemente in giorni dove abbiamo tanto bisogno di luce, in una mostra già apertasi l’8 dicembre scorso, che ho avuto il piacere di visitare soltanto oggi, denominata “I pittori della luce”, a cura di Vittorio Sgarbi, presso i locali dell’ex “Cavallerizza” di Piazzale Verdi a Lucca.

Il viaggio emozionale parte proprio da lui, dal suo “Cavadenti”, oggetto tra l’altro di una controversa attribuzione, una scena di vita vera, di realtà, quella che lui ha desiderato sempre mettere in risalto, di verità nuda e cruda che ci ha voluto raccontare ad ogni costo, conducendone il racconto e la riflessione fino ai giorni, esaltando i volti e le espressioni di chi sta a guardare, tra la curiosità, l’incredulità, l’impotenza o forse solo l’indifferenza verso il malcapitato personaggio soggetto alla “violenta” estrazione del dente. A seguire “Il seppellimento di Santa Lucia” (riproduzione materica) e “Il ragazzo che monda il frutto”, da collezione privata.

La mostra prosegue con la luce e i colori dell’“Adorazione dei pastori” di Rubens, l’accecante pallore della “Madonna col bambino ai primi passi” di Orazio Gentileschi, la “Maddalena con i simboli della Passione” di Antiveduto Gramatica, dove il teschio, tipico elemento secentesco, riconducibile alla vanitas, appare in evidenza.

Trophime Bigot, altrimenti noto come “Il maestro del lume di candela” ci inonda di bagliore e ci riporta alla mitologia col suo “Cupido svegliato da Psiche”; la stessa ritorna con Pietro Paolini, pittore lucchese, nel suo “Cupido che forgia le frecce”. Di quest’ultimo possiamo ammirare il maggior numero di opere presenti nell’esposizione, tra cui spicca tra le altre “La madonna col Bambino e san Domenichino”.

Da Lucca proveniva anche Pietro Ricchi, detto “il Lucchese”, di cui possiamo contemplare un tema biblico piuttosto rappresentato nel Seicento da Caravaggio e gli altri caravaggisti, “Giuditta con la testa di Oloferne”. L’argomento religioso si ripresenta anche nel calabrese Mattia Preti, nel suo algido “Cristo Risorto” e in altre opere presenti; i colori e le luci ritornano prepotentemente anche nella “Sacra Famiglia” di Giovan Domenico Lombardi detto “l’omino”, altro pittore lucchese che chiude il percorso espositivo.

Questa rassegna pittorica ci offre, dunque, un bel viaggio attraverso la luce, differentemente riprodotta e rappresentata in base al personale punto di osservazione di ogni artista.

Ci sono tante sfumature nella luce e nel buio, un confine labile, un difficile crocevia di fronte a cui ognuno di noi si è improvvisamente e inevitabilmente trovato almeno una volta nella vita…

D’altronde per trovare o ritrovare la luce necessariamente bisogna passare sempre dal buio, perché è solo nell’oscurità che ci rendiamo conto di quante cose rischieremmo di perdere se non avessimo la luce, fuori o dentro di noi, perché nell’esatto momento in cui riusciremo a riparare quel troppo spesso imperfetto “interruttore dell’anima”, saremo finalmente in grado di illuminare quelle emozioni altrimenti spente, sopite, ma infinitamente più belle una volta riaccese…

Beniamina Callipari

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