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Scritto da beatrice venezi
Cultura
10 Agosto 2026

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La frase è di Dostoevskij, o meglio, l’ha messa in bocca al principe Myškin, il protagonista de L’idiota: un uomo che il mondo intero giudica ingenuo, forse persino folle, proprio per la purezza con cui crede a quello che dice. Dostoevskij non ce la consegna come una certezza tranquilla: ce la consegna come una scommessa, pronunciata da chi ha tutte le ragioni per essere smentito. Ed è forse proprio per questo che quella frase, a più di un secolo di distanza, continua a inseguirci.

Perché la bellezza, così come la intende Dostoevskij, non è mai stata soltanto una questione estetica. Già i greci le davano un nome che oggi abbiamo quasi dimenticato: kalokagathía, dall’unione di kalós, bello, e agathós, buono. Per loro il bello non era mai separato dal buono e dal giusto: vedere qualcosa di bello non era un piacere fine a se stesso, ma un modo, sia pure indiretto, di intravedere la verità morale del mondo. Non era la bellezza applicata solo all’aspetto sensibile delle cose, ma anche al comportamento: un ideale di perfezione insieme fisica e morale, ciò che oggi chiameremmo nobiltà d’animo. L’arte, in questa visione, può rappresentare il “bello” e, nello stesso gesto, promuovere ciò che è “buono” e “giusto”: non decora la vita, la orienta.

Se la bellezza porta con sé questo peso etico, allora insegnare a riconoscerla – insegnare musica, fin da piccoli, nelle scuole – non è mai stato un capriccio pedagogico: è un atto propriamente civico. Ne ho scritto a lungo anche nei miei libri. Un’orchestra è forse la prima palestra reale in cui un bambino impara che la propria voce conta solo in relazione a quella degli altri, che suonare bene non significa distinguersi a ogni costo, ma sapersi inserire, ascoltare chi gli sta accanto, cedere il passo e riprenderlo quando è il momento giusto. Platone lo sapeva già, quando nella Repubblica affidava alla musica – la mousiké, che per i greci teneva insieme poesia, danza e canto – un ruolo centrale nella formazione del cittadino, non solo del dilettante: educare all’armonia dei suoni significava, per lui, educare all’armonia dell’anima, e da lì all’armonia della città intera.

Non è un caso che sia la parola stessa a dircelo.

Del resto, questa duplice natura è scritta nella parola stessa che usiamo per indicare il fare musica insieme. “Concerto” viene dal latino concertare, composto da cum-, “insieme”, e certare, “gareggiare”, “contendere”: alla lettera, dunque, gareggiare insieme. Ma la stessa parola porta con sé una seconda radice, altrettanto accreditata, quella di conserere, “intrecciare”, l’idea di un’unione armoniosa di più elementi. Nei secoli il significato è scivolato dalla contesa alla cooperazione, tanto che dallo stesso ceppo l’italiano ha ereditato anche concerto nel senso giuridico di “patto”, di “intesa”. E quando, tra Rinascimento e Barocco – con Corelli, con Vivaldi – la parola arriva a indicare finalmente l’esecuzione musicale, tiene insieme entrambe le sue anime: una gara amichevole fra il solista e l’orchestra, che pure cooperano per costruire una sola, perfetta armonia.

Concentus, “accordo di voci, consonanza”. “Di concerto”, concordemente.

Suonare insieme, allora, non è mai un fatto puramente musicale. La musica classica sa insegnare ad aspettare, a rispettare i ruoli e le gerarchie, a modulare la propria voce per non sovrastare quella degli altri, a capire che i silenzi esistono perché una voce possa prepararsi, prendere la rincorsa e spiccare nel suo assolo. Sa insegnare che solo disciplinandosi, ascoltando il proprio suono e insieme quello che in risposta riceviamo dagli altri, si raggiunge la perfetta comunione del concerto. È tutta lì, in una sola parola, la lezione civica della musica: si può gareggiare e intrecciarsi allo stesso tempo, distinguersi senza spezzare l’insieme. È una grammatica dell’ascolto reciproco: la stessa, esattamente la stessa, che da adulti ci servirà per abitare una democrazia.

L’orchestra, in fondo, è un organismo. Decine di persone che nell’istante preciso in cui il direttore abbassa la bacchetta smettono di essere individui e diventano un’entità sola: le individualità sfumano nel collettivo, tutte convergono verso l’unità. E suonano tutti la stessa cosa? Non esattamente. Ciascuno ha la sua parte, piccola o grande; ciascuno il suo contributo da portare alla bellezza dell’esecuzione. Potremmo pensarla come una società, o come una famiglia: stare spalla a spalla con decine di altre persone, capaci di influenzare, con il loro modo di comportarsi, il buon esito del proprio suonare. Dove, se non qui, si impara meglio che cosa significhi davvero appartenere a qualcosa che è più grande di noi, l’importanza dell’apporto del singolo al risultato collettivo?

C’è una frase, in uno dei miei libri, a cui torno spesso: se la vista ci dà il senso di noi stessi, le orecchie ci danno gli altri. Imparare ad ascoltare – davvero, non semplicemente a sentire – è imparare a fare spazio a chi non ci somiglia. Ed è qualcosa di più che un esercizio di buone maniere: ascoltare significa sapere, essere al corrente, non poter più fare finta di niente. Per questo lo svuotamento dell’educazione musicale nelle nostre scuole non è solo un impoverimento estetico. È una perdita civica silenziosa: priva intere generazioni di uno dei pochi luoghi protetti in cui si impara, quasi giocando, ad ascoltare l’altro e a costruire insieme a lui qualcosa di bello; e quindi, se i Greci avevano ragione, anche qualcosa di buono e di giusto.

Viviamo in un tempo in cui la violenza, l’ingiustizia, la disumanizzazione sembrano avanzare più in fretta di quanto riusciamo a comprenderle. In un tempo simile, forse, la bellezza smette di essere un lusso e diventa una testimonianza necessaria: la prova che i valori etici e universali non sono spariti, anche quando tutto sembra dimostrare il contrario. Non ci consola facendoci dimenticare la realtà. Ci ricorda, semmai, che dentro quella stessa realtà esiste ancora qualcosa che merita di essere protetto.

Mi torna in mente, ogni volta che penso a questo, un istante preciso di un’opera che ho raccontato altrove: l’Intermezzo di Cavalleria rusticana. Nel cuore di una tragedia di sangue e di vendetta, Mascagni ferma tutto, per pochi minuti, e lascia scorrere la musica più serena e luminosa di tutta la partitura, proprio un istante prima che il sangue arrivi davvero. Quella bellezza non nega la tragedia che sta per compiersi. La rende, semmai, più insopportabile da guardare, perché ci mostra con chiarezza tutto ciò che si sta per perdere. È forse questa la funzione più vera della bellezza: non distoglierci dal buio, ma illuminarlo abbastanza da farcelo riconoscere per quello che è.

Non credo che la bellezza, da sola, possa fermare la violenza del mondo. Ma credo che un mondo capace ancora di riconoscerla, di cercarla, di fermarsi per un istante ad ascoltarla, sia un mondo che non ha ancora smesso di credere che esista qualcosa per cui valga la pena lottare. Forse è proprio questo, più che una promessa di salvezza, il vero significato di quella frase: non che la bellezza ci salverà da sola, ma che finché continuiamo a cercarla, non siamo ancora del tutto perduti.

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