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Scritto da Redazione
Economia e lavoro
30 Marzo 2020

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“…….Allora, stasera niente discoteca o apericena…..No, prof., ci accontenteremmo di poter tornare a scuola…...”. Capita anche questo, in un sabato pomeriggio da Covid19: sentirsi dire da un alunno che gli manca ciò da cui fino all’altro ieri sarebbe a volte scappato, ricevere su WhatsApp un messaggio con una domanda di Storia, accorgersi che il più demotivato all’impegno sta cercando di recuperare la propria dignità di studente. Eppure è quanto sta accadendo a docenti e discenti dell’IIS “Carrara-Nottolini-Busdraghi” e, sicuramente, a insegnanti e allievi di tanti altri Istituti scolastici. Sono alcuni degli effetti della cosiddetta “formazione a distanza” che, insieme a schemi metodologici e valutativi ritenuti inattaccabili e insostituibili, sta sovvertendo le consuetudini della relazione umana, resa spesso migliore non solo da una più diffusa consapevolezza del male e del bene comune, ma anche dalle nuove modalità con le quali i soggetti della scuola virtuale si stanno rapportando e che, necessariamente, richiedono un senso di responsabilità e collaborazione condiviso. 

Solo andando a ritroso nel tempo è possibile comprendere quanto è stato compiuto. Il primo flashback risale a giovedì 5 marzo. Sospese per decreto le lezioni, siamo atterriti di fronte al compito che ci attende. Anche sugli smartphone dei più recalcitranti e riservati di noi si moltiplicano le chat: bisogna serrare le fila con i colleghi e mantenere i contatti con gli alunni. Il lunedì successivo ci vede già operativi, in grado di lavorare grazie alle risorse del registro elettronico, impegnati dalla mattina alla sera per migliorarne le prestazioni. Ogni file inviato agli studenti non è solo una dispensa, un approfondimento, un video o un esercizio da svolgere, ma anche un messaggio empatico di invito alla speranza ed alla resilienza. Ci sorregge la convinzione che il modo più efficace di affrontare la straordinarietà del momento sia quello di tenere alto il valore della cultura, delle buone pratiche didattiche e l’orgoglio di appartenenza al mondo della scuola, quel mondo nel quale -spesso lo dimentichiamo- si sono formati anche i medici e gli infermieri che si stanno prendendo cura dei nostri cari. Nel breve giro di pochi giorni si forma un gruppo di supporto informatico di docenti volontari che si caricano sulle spalle le incertezze e le ansie dei meno esperti: mai potremmo dimenticare il loro prezioso aiuto e la pazienza con la quale hanno seguito e continuano a fiancheggiare i colleghi, gli allievi e le loro famiglie affinché nessuno sia lasciato o si senta solo. Dopo una settimana, il 16 marzo, la piattaforma “G Suite for Education” è pronta. Siamo dunque in grado di proseguire il lavoro già intrapreso, ma variando e arricchendo l’offerta formativa: possiamo ora condividere audioregistrazioni, interagire con gli alunni in videoconferenza, preparare moduli per verificare passo dopo passo gli apprendimenti, svolgere le riunioni dipartimentali e i consigli di classe. E’ tutto molto impegnativo, faticoso, opinabile, ma va fatto. 

Le aule sono vuote, non sappiamo quando torneremo ad animarle, ma consola pensare che anche l’ultimo dei computer che le arredava non è più lì, ma nelle case degli alunni che non lo avevano.

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