Anno XI 
Venerdì 18 Settembre 2026
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Scritto da mauro pardini
L'evento
27 Luglio 2026

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Nel centenario della prima rappresentazione assoluta di Turandot, il Festival Puccini ha riportato in scena, dopo un accurato restauro, l'allestimento nato nel 2008 dalla regia di Maurizio Scaparro, con le scene di Ezio Frigerio e i costumi di Franca Squarciapino, oggi ripreso da Pier Francesco Maestrini. A quasi vent'anni di distanza, lo spettacolo conserva una forza teatrale che il tempo non ha indebolito. La scena restituisce l'immagine di una Cina remota, sospesa, quasi fuori dalla storia. Una grande cinta muraria, dai toni metallici e qua e là rugginosi, occupa il palcoscenico e ne stabilisce subito il carattere. Al centro si innalza il palazzo imperiale, coronato dal grande tetto a pagoda. Tutto sembra convergere verso quel punto. Prima ancora che Turandot appaia, il potere è già presente. È nella massa delle mura, nella loro immobilità, nella distanza che separa chi governa da chi resta in basso. Frigerio non ricostruisce la Cina imperiale secondo un criterio archeologico. La sua è una visione teatrale, filtrata dalla cultura figurativa europea. Il Liberty, la Secessione e altre esperienze decorative del primo Novecento affiorano in più punti, mai riprese alla lettera. L'impianto rimane severo e monumentale, mentre questi richiami entrano soprattutto nella decorazione del palazzo e nella grande vetrata, dove la geometria degli ornati si fa più evidente. Davanti a quella vetrata viene spontaneo pensare, almeno per la scansione delle superfici e per il rapporto tra struttura e decorazione, a Giovanni Guerrini. Non per una derivazione diretta, ma per un modo analogo di intendere l'ornato, che non viene applicato all'architettura come qualcosa di accessorio. Ne misura gli spazi, li divide, ne accompagna il ritmo. Nella scena di Frigerio accresce la solennità del palazzo senza confondersi con la sua struttura. Il discorso continua nei costumi di Franca Squarciapino. Gli abiti sembrano appartenere fin dall'origine a questo spazio. Le grandi maniche, i copricapi, i mantelli, il ritmo delle linee e dei colori portano sulle figure la stessa monumentalità che domina la scena. Nei personaggi della corte il costume diventa quasi un'architettura mobile. I corpi avanzano, si dispongono per gruppi e sembrano, a tratti, staccarsi dalle pareti del palazzo. Turandot appartiene interamente a questo mondo. Quando appare, sembra uscire dalle mura e portarne con sé la freddezza, la distanza, la regalità. Il costume ne accentua l'immobilità e la trasforma, almeno all'inizio, in una presenza più simbolica che umana. La protegge, ma la chiude ancora di più dentro la propria immagine. Pier Francesco Maestrini si mantiene fedele all'impianto originario dell'allestimento, intervenendo soprattutto sul movimento delle masse e sulla disposizione dei personaggi. La scena acquista così una maggiore mobilità, senza perdere il carattere rituale che appartiene all'opera. Nei grandi momenti corali lo spazio si riempie fino a diventare quasi oppressivo. Poi, quando le masse si ritirano, resta la solitudine dei personaggi. Sul podio Giacomo Sagripanti governa con sicurezza la vastità della partitura, mantenendo saldo il rapporto fra orchestra, coro e palcoscenico. La concertazione sostiene il respiro teatrale dell'opera senza appesantirlo e accompagna con attenzione le voci, anche nei momenti di maggiore densità orchestrale. Nella recita di venerdì 24 luglio Angela Meade ha dato a Turandot una presenza vocale di assoluto rilievo. È una delle grandi voci del nostro tempo e affronta la scrittura impervia del personaggio con sicurezza e autorevolezza. Gli acuti arrivano saldi, il suono conserva corpo e luminosità. Nel corso dell'opera, però, è la compattezza della principessa a cominciare lentamente a incrinarsi. Dietro la durezza iniziale compare una fragilità appena trattenuta, mai esibita. Gregory Kunde dà a Calaf l'autorità dell'esperienza, senza trasformare il ruolo in una prova di forza. Il canto conserva slancio e nobiltà, sostenuto da una sicura intelligenza musicale. Anche il Nessun dorma resta dentro l'azione. Non diventa un episodio separato, offerto al pubblico come numero isolato, ma l'approdo naturale del percorso compiuto fino a quel momento. Ermonela Jaho ha restituito a Liù una profondità emotiva rara. La sua interpretazione nasce dalla parola, dalla linea del canto, dalla misura. La commozione non viene cercata né sottolineata: nasce dalla voce e cresce lentamente. In una scena dominata dalla monumentalità, dalle masse e dalla rappresentazione del potere, Liù introduce qualcosa di fragile, di dolorosamente umano. È forse il punto nel quale l'opera si scopre più indifesa. Il pubblico ha accolto lo spettacolo con un lungo applauso, confermando la vitalità di un allestimento che, a quasi vent'anni dalla sua nascita, continua a parlare con immediatezza. Più in generale, questa Turandot restituisce l'immagine di un Festival che nelle ultime stagioni ha definito con maggiore decisione una propria identità internazionale. La presenza di interpreti di primo piano conta, naturalmente, ma conta anche la qualità complessiva delle scelte, la cura degli allestimenti e la volontà di rafforzare il posto di Torre del Lago nel panorama lirico internazionale.

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