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Scritto da Redazione
Piana
10 Novembre 2025

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo documento a firma Pro Vita Famiglia sezione Toscana di DOnatella Isca:

Leggere dichiarazioni come quelle della lista civica Capannori 2034, secondo cui «offrire il suicidio medicalmente assistito diventa un dovere di civiltà», lascia sinceramente sgomenti. Questa visione rovescia il senso profondo della civiltà stessa: non è mai un atto di progresso offrire la morte come risposta alla sofferenza.

La legge regionale toscana n. 16/2025 — la prima in Italia a disciplinare l'accesso al suicidio medicalmente assistito — rappresenta una deriva culturale e antropologica gravissima.
Si tenta di presentarla come un gesto di libertà, ma nei fatti introduce la logica pericolosa della "morte di Stato", dove l'istituzione pubblica non cura, ma accompagna a morire. Non esiste alcun diritto a morire riconosciuto dall'ordinamento italiano o europeo.

La Corte Costituzionale (sentenza 242/2019) ha chiarito che il suicidio assistito resta un reato, salvo casi eccezionali e circoscritti — e che spetta al legislatore salvaguardare la vita, non eliminarla.
Definire il suicidio assistito un "diritto" è una manipolazione del linguaggio che nasconde un rischio reale: trasformare la libertà di pochi in una pressione per molti.

Nei paesi dove questa pratica è stata legalizzata, come Canada, Belgio e Olanda, si è partiti da casi estremi per arrivare in pochi anni a situazioni inaccettabili:

  • In Canada, oggi si può chiedere la morte anche per povertà, solitudine o disagio psicologico. I media canadesi hanno raccontato casi di veterani, disabili e persone depresse a cui è stato proposto il suicidio assistito come "soluzione economica" ai loro problemi.

  • In Olanda, si è passati dai malati terminali agli anziani "stanchi di vivere" e persino ai minori (con il consenso dei genitori).

  • In Belgio, un uomo con disturbi dell'umore o una giovane donna depressa possono ottenere l'eutanasia.

Questi non sono casi isolati, ma l'effetto inevitabile della legalizzazione: una volta aperta la porta, diventa impossibile. 

Si parla tanto di "autodeterminazione" e "libertà", ma quale libertà può avere un anziano solo, un malato fragile, una persona che si sente un peso per la famiglia?

Quando la società non garantisce cure, sostegno psicologico e vicinanza umana, la "scelta di morire" non è libera: è una resa alla disperazione.
Il suicidio assistito non è una conquista di civiltà: è l'ammissione di un fallimento collettivo

Parlare poi  di "dignità della morte" significa rinunciare alla dignità della vita.
Una società che considera la morte una soluzione "serena e civile" è una società che smette di credere nel valore intrinseco di ogni persona, anche sofferente.
Il vero progresso sta nel potenziare le cure palliative, l'assistenza domiciliare, la prossimità e la solidarietà, non nel rendere più "efficiente" la via verso la fine.

Le parole usate da Capannori 2034 ribaltano completamente il significato di civiltà:
offrire la morte non è un atto di compassione, ma di resa morale.
Se davvero vogliamo difendere la dignità delle persone, allora bisogna sostenere la vita fragile, non eliminarla.

Concludo dicendo che il suicidio assistito non è un diritto, non è una libertà, e soprattutto non è un gesto di amore.

È una sconfitta culturale mascherata da atto di pietà.
E chi governa ha il dovere di fermare questa deriva, non di accelerarla.

Ringraziamo il consigliere Domenico Caruso (Noi Moderati) per il suo coraggio e la sua chiarezza nel chiedere l'abrogazione della legge toscana.
Difendere la vita non è un gesto confessionale o ideologico: è il fondamento stesso di una società che vuole ancora dirsi umana.

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