Iersera, mentre mi dedicavo a cercare di capire “delle storie de li homini”, mantenevo qualche residuo bite di memoria in minimale modalità ricettiva sul già tubo catodico, oggi liquidamente cristallizzato e appiattito. Beh, qual è stata la mia sorpresa nel sentire il ragionier Bonelli, premiato sacerdote di Sant’Ilaria del Martello, perdere la calma col generale Vannacci. E per cosa poi? Per il 25 aprile. Guai a chi non lo festeggia, o si limita a festeggiare San Marco! Questo in sintesi il suo dotto pensiero.
Sono così emerse dal brodo primordiale delle mie pie elucubrazioni - dedicate ai tempi che furono - alcune riflessioni, e magari ve le partecipo.
Prima di festeggiare, considerato il numero di morti di quella che fu anche una guerra civile, cercherei di ricordarne il sacrificio. E allora – forse – sarebbe meglio festeggiare in silenzio, o piuttosto ringraziare chi ha sacrificato tutto ciò che poteva dare all’Italia.
Sarebbe opportuno fare due conti per scoprire che il gran numero di vite umane sacrificatesi per liberare l’Italia dall’occupazione tedesca – funzionale alla sopravvivenza della Repubblica Sociale – appartengono a partigiani “garibaldini”, ovvero comunisti – solo per una minima parte. La più parte erano soldati con la divisa di un altro colore: britannici, nepalesi, neozelandesi, polacchi, ebrei, nordafricani statunitensi. E per quanto riguarda i cittadini italiani deceduti, la percentuale maggiore aveva vestito o vestiva l’uniforme del Regio Esercito. Internati in Germania, massacrati a Cefalonia e in altre isole dell’Egeo o Caduti combattendo nei giorni immediatamente successivi all’8 settembre 1943 fra Balcani, Italia e Corsica e Sardegna. A cui vanno aggiunti i Caduti del 1° Raggruppamento Motorizzato di Montelungo e dintorni, del Corpo Italiano di Liberazione di Filottrano e dintorni, dei Gruppi di Combattimento del fronte del Senio, di Casalecchio dei Conti, di Grizzano, Poggio Rusco, e dintorni. Se poi aggiungiamo i militari di professione o al seguito di loro comandanti, datisi alla macchia e Caduti, perché troppo lontani erano il territorio liberato dagli alleati e ciò che si stava faticosamente rabberciando del Regio Esercito, allora svanisce “la favola bella” del monopolio dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Basta farsi un giro per il Sacrario delle Fosse Ardeatine, o scorrere la raccolta dei Bollettini Ufficiali del Ministero della Difesa, e vedere chi sono gran parte dei decorati.
Ma “la favola bella” ha illuso e illude … i coglioni”.
Capisco la rabbia del sor Bonelli e di quelli come lui verso chi accusano di “revisionismo storico”. Che poi non c’è, se i dati danno una diversa lettura del fenomeno resistenziale, rispetto a ciò che anche io mi vidi ammannire per i primi decenni di vita. Una guerra civile è quanto di più feroce possa essere concepito: andare a vedere cosa furono nell’antica Roma, e cos’è stata in Spagna, e in Bosnia-Erzegovina. In una guerra “normale” torni a casa, ti lecchi le ferite e ricostruisci. Il risultato favorevole o sfavorevole di una guerra civile invece stabilisce se sarai carceriere o carcerato, se avrai il posto in Parlamento o al confino (o al muro), se potrai parlare o dovrai nasconderti, se avrai potere o se dovrai andartene … magari a Dien Bien Phu con la divisa della Legion.
Una guerra normale cambia la vita a tutti in peggio, una guerra civile può essere anche un buon affare. A patto la si vinca e si abbia il pelo sullo stomaco per stravincerla e mitizzare la propria vittoria.
E a questo punto, mi si dirà, che fare?
Farò sicuramente gli auguri per l’onomastico a chi si chiama Marco.
Penserò all’ottimo “San Marco”, con il quale più volte collaborai, da Beirut a Valona, a Nassiriyah.
E poi andrò all’alzabandiera del 25 Aprile.
Per ricordare il tenente colonnello Edoardo Alessi – carabiniere paracadutista d’Africa – e il tenente Adriano Cometti, uccisi non si sa bene da chi il 26 aprile 1945 nei pressi di Sondrio. Che erano Partigiani.
I ragazzi dei Gruppi di Combattimento “Friuli” e “Folgore”, andati all’assalto il 19 aprile 1945, quando si rischiava di essere gli ultimi a morire.
I ragazzi dello Squadrone “F” e della Centuria “Nembo”, lanciatisi in combattimento il 22 aprile, strappando ai commilitoni il primato di essere gli ultimi a poter morire.
E ci andrò col basco amaranto, coi miei Amici e Commilitoni, nella speranza che qualcuno ci chieda cosa c’entriamo noi “fassisti paracadutisti” con la Resistenza. E magari se ha tempo e orecchie (e onestà) per ascoltare, glielo spiego.



