Anno XI 
Sabato 27 Giugno 2026

Scritto da Redazione
Politica
27 Giugno 2026

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L’Italia sa far scuola in materia legislativa. Basta ricordare come nel 1861, con la Legge “Pica”, inventò la figura del “pentito” e debellò progressivamente il brigantaggio nel sud. Anche se in effetti questa prese spunto da analoga legge borbonica. Già, perché non è vero – come dice qualche pseudo-storico meridionalista, che il brigantaggio sia eredità del malgoverno sabaudo: c’era prima dell’arrivo di Garibaldi e dell’incontro di Teano o Vairano Patenora, già perché i due comuni dell’alto casertano se lo contendono. E i Borbone lo contrastarono con durezza, favorendo giustamente le delazioni.
Con analoghe leggi l’Italia seppe contrastare il terrorismo e – colpendo il riciclaggio e bloccando i beni – mise sostanzialmente fine alla stagione dei sequestri di persona.
Piaga terribile, che infuriò in particolare in Sardegna e Calabria, ma anche nella Maremma toscana, grazie all’apporto “professionale” di pastori isolani trapiantatisi. Un’emergenza che impegnò decine di migliaia di appartenenti alle forze dell’ordine e della magistratura. 
Oggi il fenomeno non è praticamente conosciuto, sostituito da “sequestri lampo” e “rapine in villa”, in cui la banda di malviventi concretizza in poche ore il proprio disegno, restringendo la libertà delle vittime per il tempo strettamente necessario ad arraffare tutto ciò che può trovarsi in una cassaforte.
È stato pertanto con un misto di curiosità, meraviglia e nostalgia per una giovinezza che – inevitabilmente – è sfuggita via, che ho scorso le righe de “L’aneddoto”. Il resoconto, di Paolo Oggianu e Luciano Gavelli, degli aspetti più segreti del “sequestro dei fratelli torinesi Marina e Giorgio Casana. Li prelevò la cd “anonima sequestri” il 22 agosto 1979, avevano 16 e 15 anni e stavano trascorrendo le vacanze a Portixeddu, e furono rilasciati dopo circa 2 mesi, col pagamento di congruo riscatto. I responsabili furono in seguito individuati, arrestati e condannati.
Secondo consolidato rituale, il giovane gesuita Cosimo Onni, fece da emissario, ovvero dovette operare quale intermediario fra i banditi e la famiglia. La storia e ne “L’emissario”, sempre di Paolo Oggianu, che consiglio di leggere.
Allora gli emissari non sempre erano disinteressati e talvolta fecero della pratica fonte di reddito, non così Padre Onni, zio di Paolo Oggianu cui narrò i fatti.
Era un’anonima sequestri del tutto lontana dall’ancestrale senso dell’onore barbaricino, capace di sequestrare anche donne e ragazzi, e di non restituire l’ostaggio – talvolta – dopo il pagamento. Dandone in pasto ai maiali il cadavere. Ebbe a che fare con “Barbagia rossa”, legata alle BR, e se si scorrono le pagine dei processi dei sequestratori di “Faber” de Andrè e Dori Ghezzi e di tanti altri, emerge uno spaccato di violenze di malvagità inusitata, che neppure “bestiale” può essere chiamata. Perché perpetrata da uomini.
Il precedente “L’emissario”, per ammissione dei protagonisti, lungi dall’essere un romanzo, si è rivelato stanzialmente veritiero, e stessa cosa dicasi per il sequel, “L’Aneddoto”. Non poteva essere altrimenti, per lo stretto legame di Paolo con lo zio gesuita, e per il coinvolgimento di Luciano in tutti i più importanti sequestri isolani.
Perché Luciano Gavelli, il capitano Gavelli, come i “capitani” Gilberto Murgia, Enrico Barisone e Sergio Frau, o il dottor Lombardini, e altri che ancora son vivi e non è corretto nominare, erano un mito per noi giovani ufficiali. Erano di quella generazione d’investigatori e magistrati che muovevano fra forre, ovili, terre aspre e deserte, alternando – in dialetto sardo coi propri uomini – facezie, incazzature, speranze di farcela a riportare a casa un sequestrato. Erano uomini che masticavano dolore e rischio, oggi in gran parte svaniti, anche per il mutare del quadro di situazione della criminalità sarda. 
Forse, proprio per questa evoluzione, o involuzione, questi scritti non costituiscono più il Vangelo, perché manca quel nemico da sconfiggere. Tuttavia hanno un valore storico e didascalico, perché ci restituiscono – a tutto tondo – l’immagine di gente d’altri tempi, che priva dell’attuale tecnologia conduceva una guerra silenziosa, continua. Convinti di dover fare qualcosa perché la propria terra, o quella che tale era diventata per elezione, come accaduto con Barisone, diventasse migliore. E potesse offrire qualcos’altro che non fosse pastorizia, emigrazione, o arruolamento.
Una lettura, quindi, che ci restituisce uomini, col viso scolpito dalle rughe dei bronzetti nuragici, le troppe sigarette a ingiallire i polpastrelli, che guidarono generazioni di carabinieri a battere il Supramonte.
Un modo per ricordare che quel periodo non fu solo “primule rosse” ammantate di falso romanticismo, come Matteo Boe – cui qualcuno fece pagare qualcosa uccidendogli la figlia 14enne il 25 novembre 2003 – a dimostrazione che la sorte possa sempre colpire chi ha arrecato del male. Quel periodo fu anche ricco di figure positive, che si giocavano la pelle e la salute, per l’orgoglio di poter affermare il vecchio motto sardo: “Si Deus cheret et sos Carabineris permittent”.    

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