Anno XI 
Domenica 30 Agosto 2026

Scritto da Antonello Cresti
Politica
29 Agosto 2026

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Ci hanno insegnato che ogni confine è una barriera e che ogni barriera è, per definizione, disumana. È una delle più grandi falsificazioni morali del nostro tempo. La retorica dei «porti aperti» ha trasformato una questione politica complessa in una sorta di comandamento morale: accogliere sarebbe sempre buono, limitare sarebbe sempre cattivo. Ma la politica comincia esattamente quando finiscono gli slogan.

Régis Debray ha coniato un'espressione straordinariamente efficace: il «senzafrontierismo». Dietro l'apparente universalismo di chi vuole cancellare ogni confine può nascondersi una forma di colonialismo sublimato: non più la conquista dei territori, ma la pretesa di imporre ovunque la stessa rappresentazione del mondo, negando alle comunità il diritto di stabilire i propri limiti, le proprie regole e perfino la propria identità. Frank Furedi, da un'altra prospettiva, ha analizzato gli effetti culturali di questa progressiva delegittimazione dei confini e delle appartenenze.

La questione decisiva, allora, è comprendere che la frontiera non nasce necessariamente per impedire l'incontro: nasce per renderlo possibile. Io riconosco l'altro proprio perché so dove finisco io e dove comincia lui. E riconoscere l'altro significa anche riconoscerne la pari dignità. Se invece ogni differenza deve essere dissolta, se ogni identità viene considerata sospetta e ogni limite viene presentato come una colpa, non abbiamo costruito una società più aperta: abbiamo semplicemente reso impossibile un autentico rapporto tra soggetti differenti.

Per questo la retorica delle migrazioni come fenomeno da accettare senza condizioni è profondamente ambigua. Chi dice «porti aperti» senza parlare di regole, capacità di integrazione, equilibrio sociale e responsabilità politica non sta necessariamente dimostrando maggiore umanità. Sta semplicemente trasferendo il costo delle proprie scelte sulla comunità che quelle scelte dovrebbe sostenerle. E non è più umanitario chi rifiuta di porsi il problema delle conseguenze.

C'è poi un paradosso che meriterebbe maggiore attenzione. La frontiera, proprio perché separa, costringe a negoziare. Stabilisce un dentro e un fuori, ma proprio per questo crea uno spazio nel quale incontrarsi, trattare, mediare, scambiare. Una frontiera può essere attraversata, regolata, resa permeabile secondo necessità. La sua esistenza non implica necessariamente ostilità. Al contrario, può essere la condizione stessa della reciprocità. Senza un limite condiviso, invece, non esiste più nemmeno un terreno sul quale negoziare.

E allora bisogna avere il coraggio di rovesciare una narrazione diventata ormai automatica: difendere i confini non significa odiare chi sta dall'altra parte. Significa assumersi la responsabilità di ciò che sta da questa parte. Una comunità politica che rinuncia completamente alla facoltà di stabilire chi può entrare, a quali condizioni e secondo quali regole rinuncia a una parte essenziale della propria sovranità.

La vera alternativa, dunque, non è tra frontiere chiuse e umanità. È tra frontiere governate e frontiere abbandonate, tra politica e deresponsabilizzazione, tra accoglienza regolata e semplice rimozione del problema.

La frontiera può dividere. Ma può anche unire.

Perché soltanto ciò che sappiamo distinguere può davvero essere messo in relazione.

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