Ancora un intervento contro l'amministrazione comunale per quanto concerne le manifestazioni organizzate per rendere più viva la città. Peccato che tutti questi attacchi dimenticano com'era la città durante le gestione Tambellini, una tristezza infinita, una sensazione di essere sprofondati in un abisso senza fine fatto di miseria e incapacità a rendere la città più viva:
A Lucca la macchina della propaganda esalta, stritola e piega ogni cosa a proprio piacimento. Chiunque provi ad avanzare un'analisi critica rischia di passare per nemico della città: o accetti il pacchetto completo, o vuoi vederla spenta. Non è così. La critica e la partecipazione sono la linfa del dibattito cittadino, e nessuno dovrebbe sentirsi intimidito nell'esercitarle.
Con questo spirito vale la pena guardare oltre la polemica del momento. Perché il punto non è il singolo evento: il punto è che a Lucca mancano spazi per la comunità. Le associazioni che per anni hanno animato quartieri, periferie e centro storico faticano a trovare un luogo dove esistere e, quando lo trovano, spesso lo perdono. Così il tessuto associativo viene spinto ai margini e smantellato pezzo dopo pezzo. Eppure è proprio quel tessuto a far vivere una città tutto l'anno, non solo nei giorni di festa o quando arrivano i turisti.
Intanto la politica si chiude nella sua corte di Versailles e si trasforma in un'agenzia di eventi: acquista format pensati altrove, gli stessi che si trovano in qualunque altra città, e li cala dall'alto.
Ecco allora il costoso Carnevale di Viareggio portato sulle Mura e il Lucca Historiae Festival, con i suoi vichinghi e gladiatori. Nel frattempo sbandieratori, balestrieri e il tradizionale Carneval Fratta finiscono in secondo piano.
Viene da chiedersi a che cosa serva tutto questo a Lucca.
I Comics, nati nel 1966, il Summer Festival, che esiste dal 1998, e il più recente Pianeta Terra non sono in discussione. Non sono format appoggiati sulla città: sono contenuto. Sono nati qui, sono cresciuti qui e sono diventati parte dell'identità di Lucca.
Il problema nasce quando Lucca smette di produrre contenuti e diventa un contenitore, un fondale su cui montare format nati altrove. Le palle gialle e rosse del reality Let's Play Ball sono soltanto l'ultimo esempio di una città trattata come scenografia.
Ben vengano gli incontri con attori e registi del cinema d'essai: è una bella iniziativa. L'auspicio, però, è che vengano coinvolti davvero il Circolo del Cinema ed Ezechiele, che da decenni tengono vivo il cinema d'autore a Lucca e che oggi faticano a stare in piedi.
Un grande evento può accendere la miccia, ma il carburante della cultura viene dal basso, da chi la coltiva tutto l'anno. Ed è proprio chi fa cultura dal basso a essere spinto fuori.
La Casa della Memoria e della Pace, nella casermetta San Donato sulle Mura, era uno spazio pubblico gratuito per mostre, concerti e incontri. Lì trovavano casa Emergency, Amnesty International, Articolo 21, gli istituti storici, Libera, Non Una di Meno, Greenpeace e tante altre realtà più piccole e locali. In una città che racconta benissimo il Medioevo e il Rinascimento, era uno spazio dedicato al presente. È stata chiusa: oggi ospita un ufficio turistico, a pochi passi da quello di piazzale Verdi.
Equinozio, bottega del commercio equo e solidale, è stata per otto anni nella casermetta del Baluardo San Colombano. Nonostante oltre 2.400 firme contrarie, è stata trasferita a Sant'Anna. Ha perso visibilità e oggi rischia di chiudere.
La Biblioteca Popolare di San Concordio, già salvata una volta dal quartiere, da ottobre lascia la sede che occupava da tredici anni. I nuovi locali sono meno accessibili e, secondo quanto denunciato, impossibili da raggiungere per le persone con disabilità. Prestito librario, cineforum, aula studio, ripetizioni a prezzi popolari: in periferia una biblioteca così non è un contenitore, è una comunità.
La Popolare Trebesto ha fatto del campo di Sorbano del Giudice molto più di un campo sportivo: calcio popolare, pugilato, yoga, assemblee, cineforum. Il conflitto sulla concessione rischia di cancellare tutto. Le regole contano, certo, ma amministrare significa anche saper negoziare e trovare soluzioni che tengano conto del valore sociale di un'esperienza.
Gli Orti di via Santa Chiara, tra San Francesco e il Bastardo, sono stati curati per dieci anni dal Comitato Popolare e dagli ortisti, fino a diventare un vero cortile di quartiere. Lì, per due estati, Fermento, l'associazione di cui faccio parte, ha costruito l'Estate Bastarda: musica, cinema, incontri, tombole, perfino un festival di fantascienza. Tutto a prezzi popolari, coinvolgendo giovani, anziani e turisti sorpresi di ritrovarsi dentro la vita vera di un quartiere.
Ora l'area passa a una gestione legata alla Scuola IMT. Il nuovo progetto potrà anche essere valido, ma sarà un'altra cosa, e ciò che è stato costruito in questi anni rischia di andare perduto.
Storie diverse, stesso esito: si toglie spazio a chi produce contenuti per lasciarlo a chi li importa.
Non si tratta di difendere a priori ogni associazione. Si tratta di chiedersi quale valore queste realtà producano per la comunità, prima di decidere il destino dei loro spazi.
Nessuno vuole una Lucca spenta o imbalsamata. Ma una città che si limita a ospitare, senza più generare nulla di proprio, finisce per omologarsi e somigliare sempre più a tante altre. E in una città già messa sotto pressione dall'overtourism e dalle sue contraddizioni, rinunciare anche agli spazi che alimentano la vita della comunità rischia di innescare un cortocircuito letale.
Il divertimento ci piace. Tantissimo. Ma una città viva non può limitarsi a consumarlo. E non può essere la politica, da sola, a decidere come una comunità debba divertirsi, incontrarsi, produrre arte e stare insieme.