Anno XI 
Lunedì 27 Luglio 2026

Scritto da giancarlo affatato
Politica
10 Dicembre 2024

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La scienza è per sua natura agnostica, scettica, per qualche verso finanche "presuntuosa", nel senso proprio del termine, perché suppone di essere l'unica categoria dell’intelletto a poter dimostrare, attraverso l'epistemologia, la verità assoluta delle cose. Essa si basa su prove e confutazioni, poggia sulle esperienze acquisite negli studi e nelle ricerche pregresse, fino a convincersi che il divenire immanente non passi che attraverso le proprie ulteriori scoperte. Tuttavia tra scienza e fede (il credere vera una determinata cosa a prescindere dalla dimostrazione della scienza ), non sempre c'è conflitto. Molti gli scienziati che avendo fede si sforzano, infatti, di rintracciare attraverso la scienza proprio l'esistenza del Creatore dell'universo. Di converso, tanti dottori della chiesa (teologi, filosofi mistici.) hanno esplicitamente dichiarato di credere proprio perché vedono nel creato i segni comprovanti la loro fede. Insomma, le congetture di certi pensatori spaziano tra quel che è creduto apoditticamente e quel che, invece, è dimostrato scientificamente. Per capirci: l'evangelista Tommaso credette solo quando poté toccare il costato di Gesù. Altri, invece, come sir Bertrand Russel, famoso intellettuale inglese del secolo scorso, da ateo convinto, sosteneva che tra scienza e fede fosse stato interposto un territorio chiamato "filosofia". La tesi del filosofo atomista logico non abbandonò mai la razionalità scartando a priori quel che era estraneo alla disciplina che ebbe in Aristotele il suo capofila. Tuttavia altri filosofi ed altri scienziati non hanno mai riconosciuto l'esistenza di quel territorio che si interpone tra chi crede e chi invece ritiene la ricerca il solo strumento in grado spiegare l'immensa e perfetta armonia dell'universo, in modo tale da poterla attribuire ad un'entità che non sia costituita solo dalle forze fisiche chimiche e biologiche di cui essa si compone. Un significativo esempio, in tal senso, viene da uno scienziato italiano, poco attrattivo per essere presente nelle comparsate televisive, per il "vizio" di parlar chiaro e di saper andare contro le opinioni correnti (spesso devenute tali per la pubblicità e la diffusione che se n'è fatta attraverso i media). Stiamo parlando di Antonino Zichichi, professore emerito di Fisica ed accademico d'Italia. Egli così si esprime: "da scienziato credente credo sia compito nostro cercare nella natura e nell'universo, come fece il padre della scienza moderna, Galileo Galilei, le impronte di Dio". Impronte, quelle di cui parla Zichichi, da rilevare proprio nell'immensità inimmaginabile e nella perfezione assoluta delle leggi che governano il creato. Di recente con la dimostrazione di un postulato essenziale della fisica quantistica, chiamato "Bosone Higgins", i fisici hanno dimostrato la doppia natura della luce, ossia che ogni fotone (l'elemento base della luce) possa trasformarsi, in determinate condizioni difficilissime da creare artificialmente, in materia e viceversa. Questo trasfigura tutta la fisica che da materiale, atomica e sub atomica,  diventa quantistica, ossia risponde anche alle leggi dell'energia. Ora non costituisce certo un oltraggio alla scienza ricordare che nella Bibbia il mondo cominci proprio con un "Fiat Lux" ossia, che "sia la luce". In ogni caso, più andiamo avanti con la conoscenza scientifica e più comprendiamo quanto poco appropriata sia la congettura, tutta atea, che il creato sia frutto del caso e della necessità. Serviranno queste ed altre nuove scoperte per confermare l'opinabilità di un mondo artificiale nato per circostanze del tutto casuali? Serviranno quelle nuove evidenze a convincere l'Uomo tecnologico (che presume di potersi farse Dio creatore!) che egli non ha potestà né diritto alcuno di manipolare, disponendone i mezzi, le leggi fondamentali del creato e della vita? Lo avranno discusso, questo aspetto, i lord ed i deputati delle camere inglesi allorquando, in questi giorni, hanno approvato la legge sull'eutanasia, sul diritto degli individui a darsi volontariamente la morte, a determinare l'esito di una vita che è stata loro concessa? Si obietterà che la questione riguardi determinate categorie di persone, malati terminali che vivono con dolore e sofferenza gli ultimi attimi della loro esistenza, che l'eutanasia rappresenti, in tal caso, un atto di carità per quanti vorrebbero semplicemente smettere di soffrire. A tale obiezione è semplice rispondere che quando il legislatore si assume (o per meglio dire: si arroga) la facoltà di mettere mano nei diritti essenziali dell'umanità, questi non potrà mai contemplare e prevedere gli esiti e gli abusi che questa scelta determinerà in avvenire. La cosa triste è che anche molti cattolici si dicono propensi a questa forma di "carità" verso gli infermi, anch'essi, cioè, intendono disporre di ciò che non appartiene loro ma al creatore della vita. Le motivazioni che si celano dietro il "sì" all'eutanasia certo non argineranno la foga di un umanita’ che ripudia il dolore e la morte ritenendoli eventi catastrofici, a cui non bastano cure palliative né assistenza terminale. Eppure basterebbe guardare il cielo stellato per convincersi che anche la nostra vita è dentro quella meraviglia, fisiologica e consustanziale, così come lo è la nostra morte naturale.

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