Ho grande rispetto per la Chiesa cattolica come istituzione, nel senso che ne apprezzo saldezza e lungimiranza di soggetto politico capace di sopravvivere per oltre due millenni. Che non è uno scherzo. Rifuggo quindi da qualsivoglia giudizio che metta in discussione, nei suoi rappresentanti, le capacità d’intendere o di errare strategia. Le ha azzeccate tutte.
Chiamando Carlo Magno quando ha temuto che i longobardi potessero unificare a sue spese l’Italia, riuscendo a far credere nei programmi di storia nelle scuole di cui inizialmente ebbe l’esclusiva, che il primo fosse alla testa d’un popolo acculturato e i secondi volgare e rozza feccia.
Inventandosi la magnifica balla dell’eredità di Costantino, che le permise a lungo di rivendicare la propria posizione di erede dell’impero Romano.
Sopravvivendo e – anzi – diventando più forte quando dovette rinunciare al potere temporale, abbattuto con le mura di Porta Pia.
Per questo non credo che l’ultima trovata del rosso-cardinale bolognese Zuppi sia idiota e priva di senso.
Conosciamo le sue posizioni, non solo filo-immigrazione e in tal caso coerenti con ecumenicità e carità cristiane, ma dichiaratamente a sinistra. Molto a sinistra. Più di Gesù Cristo, che almeno lasciava a Cesare quel ch’era di Cesare.
Constatiamo peraltro che il mondo islamico sia tutt’altro che misericordioso verso quello cattolico: non è un caso che, nel mondo, i fedeli della Chiesa romana siano i più perseguitati per motivi religiosi, e proprio dall’Islam.
A questo punto parrebbe un’astruseria che il cardinal Zuppi dia disposizioni affinché le lezioni di religione siano imbastite sulla base di un suo sillabus di 11 schede che – in buona sostanza – considera “espansione” la conquista degli arabi di un bel pezzo d’Europa mediterranea, e “colonialismo” le conquiste europee dei territori già dell’Islam. La linea è quella di una comprensione assoluta per gli assai poco comprensivi islamici, e ciò dà da pensare.
Se ne desume un arretramento della Chiesa, o almeno di una parte di essa, da quei caposaldi posti a difesa della fede cristiana, dalle crociate a Lepanto, alle mura di Vienna nel 1529 e nel 1683, a Petervaradin nel 1716, fino almeno al pontificato di Paolo VI.
Per l’alto e rosso prelato, niente crocifisso, presepe e Natale, ma sia santificato il Ramadan. E soprattutto accogliamo senza se e senza ma, e favoriamo l’integrazione. Che sempre più va fallendo e acquista connotati d’invasione. Non importa se c’impoverisce di risorse, come dicono le attuali statistiche, e pensioni e stipendi restano al palo.
Impossibile che, all’improvviso, ad un cardinale sia partita la bussola, e navighi a vista. Del resto il Papa non trova tempo per imporre la sua visione difforme, ammesso lo sia. Ricordiamo che la Chiesa cattolica è retta dall’unica monarchia assoluta, e se volesse Leone avrebbe armi a iosa per intervenire.
E allora, proviamo a dare un significato a tutto ciò.
Può un cardinale, un principe della Chiesa, remar contro la propria istituzione, a favore di un’altra religione che – dichiaratamente – vuole convertire alla propria fede il mondo intero? Cosa sta succedendo all’interno della Chiesa, perché non si riesca ad elevare una voce dissonante dal rosso-vestito (e non solo) cardinale? Non esiste il pericolo che uno degli elementi fondanti della cultura europea, il cristianesimo, finisca per dover essere abbandonato, lì ove sostiene posizioni volte a scardinare quella stessa cultura?
È giusto che una famiglia affidi, senza poter eccepire, l’educazione dei propri figli – a scuola o al catechismo propedeutico a Comunione e Cresima – a un’Istituzione che, sia pure localmente, sta intraprendendo una direzione che collide con gl’interessi di parte del mondo cristiano?
È possibile, inoltre, che i bimbi cristiano-cattolici vengano diversamente influenzati nelle loro scelte, in relazione alla diocesi di riferimento? Perché non tutti nella Chiesa sono schierati con Zuppi.
O semplicemente ci troviamo di fronte ad un’ennesima, strisciante, rivoluzione copernicana. Come quella degli intellettuali che ritengono necessario che i policemen apprendano l’arabo (già, ma quale?), e non gl’islamici immigrati l’italiano?
Un modo per continuare a ribaltare quel mondo messo in piedi dai nostri avi.


