Anno XI 
Lunedì 27 Luglio 2026

Scritto da giancarlo affatato
Politica
05 Febbraio 2025

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Tanto tuonò che piovve. La guerra guerreggiata tra Giorgia Meloni e la Magistratura italiana ha finalmente trovato il proprio inizio, come d'altronde è usuale nella storia della cosiddetta "seconda repubblica". Negli ultimi trent'anni, infatti, salvo qualche rara eccezione, non c'è stato presidente del consiglio o membri del governo che non siano  finiti nel mirino delle toghe. In questo lasso di tempo si sono "salvati" solo quei leader di governo che non hanno mai mostrato l'intenzione di voler "disturbare" i manovratori giudiziari, limitare le prerogative dei giudici o di mettere mano alla tanto attesa e più volte invocata riforma della giustizia. Per Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, metterli sotto botta si è rivelato un gioco abbastanza agevole per i comportamenti assunti dai medesimi. Nel caso del Cavaliere, di appigli per processarlo ne sono stati offerti a decine dallo stesso fondatore di Forza Italia. Per l'ex sindaco di Firenze, invece, allorquando non si potè "colpirlo" direttamente, furono le attività lavorative dei genitori a finire sotto tiro. Così per lo stesso Giuseppe Conte che, seppur imbelle nei confronti delle Procure, non ha potuto  evitare il polverone giudiziario scatenato dal piano anti Covid predisposto dal suo esecutivo. Chi, per anni, si è battuto per disvelare la matrice politica di talune azioni giudiziarie, ha potuto riscontrare la bontà delle proprie supposizioni nel caso Palamara. In quel frangente si è infatti scoperchiata la pentola della collusione politica tra il Pd e buona parte dei magistrati che aspiravano ad occupare, per meriti  politici e raccomandazioni, le principali sedi delle Procure della Repubblica del Belpaese. Chi, invece, si è impegnato nel tentativo di dimostrare come ormai l’ordine giudiziario fosse diventato un potere dello Stato in concorrenza con quello politico (  legittimato dal voto ) , ha avuto ben ragione innanzi  all'avviso di garanzia inoltrato lo scorso 28 gennaio al primo ministro Giorgia Meloni, al guardasigilli Carlo Nordio ed al ministro degli Interni Matteo Piantedosi. Un trittico che riassume le funzioni ed i massimi poteri della politica di governo. Evidentemente, da parte dei magistrati, non è più tempo di inviare messaggi sub liminali, trasversali al mondo politico, aprendo inchieste su personaggi vicini al governo oppure non di primo piano. E' giunto invece il tempo di sferrare un attacco frontale, di quelli in piena regola, per colpire, ai massimi livelli, l'esecutivo in carica!! Una risposta forte ed adeguata a quello che l'ordine giudiziario ritiene sia una minaccia esiziale alle prerogative di potere e di intangibilità dei detentori della giurisdizione, ossia quello derivante dall'approvazione, da parte di uno dei due rami del Parlamento, del disegno di riforma della giustizia e della separazione delle carriere dei giudici. A tal proposito sovviene l'episodio storico risalente alla fine del 1400 allorquando le truppe francesi di Carlo VIII, dirette verso il Regno di Napoli per cacciarne gli Aragonesi ed annetterlo alla Francia, furono costretti ad ingaggiare una specie di “passeggiata militare". Per conquistare l'Italia, infatti, i transalpini non trovando perlopiù contrasti di tipo militare,  consumarono soltanto del gesso, utilizzato per segnare le case destinate ad alloggiare i soldati!! E proprio di questo si tratta nel caso dell'avviso di garanzia notificato alla Meloni per rispondere al presunto attacco-minaccia portato all'indipendenza dei magistrati dalla riforma giudiziaria. In realtà non si tratta di minacciare nessuno ma solo di porre rimedio ad una deriva di potere che ha da tempo esorbitato (per le toghe) il limite delle garanzie costituzionali loro riservato. L'indipendenza della magistratura trasfigurata come impunibilità assoluta degli abusi e degli errori commessi, l'autonomia dei giudici trasfigurata in discrezionalità assoluta dell'azione giudiziaria, anche sine causa, che rasenta l'arbitrio: sono questi i nodi da sciogliere e le ambigue abitudini da cancellare con la riforma!! Si stenta allora a comprendere per quale motivo dei dipendenti dello Stato, ai quali è stato affidato un delicatissimo compito, non intendano svolgerlo secondo le leggi e le norme che pure lo stesso determina. Eppure milioni di cittadini, di lavoratori del braccio e della mente si sono adeguati a mutate esigenze, a norme spesso imperative, innovatrici nel loro ambito di esercizio del mestiere e della professione,  lesive delle loro abitudini se non dei loro diritti naturali. Perché non dovrebbero  farlo questa categoria di lavoratori? Il tutto scaturisce dal consolidato, quanto inconfessato, pensiero che gli appartenenti all'ordine giudiziario debbano godere di un illimitato potere d'azione e dell'impunità assoluta, come se si trattasse di una casta creata dentro il sistema democratico-repubblicano. Cosa mai intralci la loro indipendenza di giudizio e di decisione entro un processo equo ed imparziale con un giudice terzo tra accusa e difesa, questo non è dato sapere. Stavolta però hanno di fronte un premier che non offre il fianco alla loro azione di delegittimazione per via giudiziaria. In parole povere non combatteranno la "guerra del gesso", ossia quella che ingaggiano i codardi che scappano al solo innalzarsi, all'orizzonte della polvere dei cavalli dell'esercito nemico.

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