Una delle caratteristiche fondamentali del pensiero politico, quando è realmente tale, è quella di essere dinamico. La politica non si svolge in un laboratorio astratto, ma dentro una realtà che cambia continuamente: cambiano i rapporti di forza, cambiano le condizioni economiche e sociali, cambiano gli interlocutori e cambiano persino le possibilità concrete di realizzare un determinato progetto.
Per questo un pensiero politico serio deve possedere una qualità che spesso viene scambiata per debolezza: la capacità di correggersi.
Non significa essere opportunisti. Significa, al contrario, prendere sul serio la realtà.
La coerenza politica non consiste nel ripetere per tutta la vita le stesse frasi pronunciate dieci anni prima. Consiste nel mantenere saldi i propri principi, sapendo però modificare strategie, alleanze e strumenti quando le circostanze lo richiedono.
È qui che occorre diffidare di coloro che in politica parlano per assoluti, soprattutto quando utilizzano assoluti escludenti.
«Mai.»
«Con nessuno.»
«A qualunque costo.»
«Piuttosto che allearmi con X, preferisco…»
Sono formule straordinariamente efficaci per costruire identità e appartenenza. Danno all'ascoltatore una rassicurante sensazione di purezza e di certezza: noi sappiamo chi siamo, sappiamo chi sono gli altri e sappiamo già cosa faremo in qualsiasi circostanza futura.
Peccato che la politica non funzioni così.
E spesso chi parla per assoluti non sta dimostrando maggiore coerenza: sta semplicemente vendendo una certezza che non possiede.
La storia politica è piena di promesse categoriche finite nel cestino della realtà non appena sono cambiati i rapporti di forza. È uno dei motivi per cui bisognerebbe prestare molta attenzione agli avverbi.
Un «mai» pronunciato davanti a una telecamera può produrre entusiasmo.
Un «vedremo, alla luce delle condizioni concrete» produce molti meno applausi.
Ma il secondo, talvolta, è molto più serio.
Pensiamo alla stagione del Movimento 5 Stelle e alla celebre formula «mai con il partito di Bibbiano».
La politica, come sappiamo, ebbe poi modo di verificare quanto valgano gli assoluti quando entrano in contatto con la realtà.
E questa non è una peculiarità di una sola parte politica. È una tentazione ricorrente: trasformare una posizione contingente in un dogma, una scelta tattica in un principio morale, un avversario politico in un nemico ontologico.
Il risultato è quasi sempre lo stesso: prima si costruisce il muro dell'intransigenza, poi si scopre di aver costruito una prigione.
Per questo continuo a pensare che la politica debba avere principi forti, ma non formule immobili.
I principi indicano la direzione.
La realtà impone di scegliere la strada.
E una classe dirigente seria deve saper distinguere le due cose.
Diffidate dunque di chi vi promette che non cambierà mai idea.
La domanda più interessante è un'altra: che cosa farà quando cambierà il mondo?
Meditate.



