Anno XI 
Lunedì 27 Luglio 2026

Scritto da Carmelo Burgio
Politica
17 Gennaio 2025

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Le immagini delle recenti manifestazioni che hanno seguito il decesso – su cui ancora è necessario attendere la sentenza delle istituzioni competenti ad emetterla – mostrano una preoccupante evoluzione in negativo dell’apparato preposto alla gestione dell’Ordine Pubblico.

C’insegnavano a tenere distanti e al riparo i mezzi, ad allontanare i gruppi che aumentavano la pressione sullo schieramento, ad avanzare e caricare – all’occorrenza – per incanalare la massa dei facinorosi verso precostituite vie di fuga. Dovevamo evitare di tornare in caserma con feriti e contusi, e se proprio doveva accadere era tassativo cercare d’intercettare i responsabili del ferimento e trarli in arresto. In quel caso noi ufficiali e funzionari organizzavamo squadrette preposte a individuare chi lanciava pietre o aggrediva con spranghe e altro, per neutralizzarlo, documentandone le malefatte, perché la punizione in giudizio fosse assicurata.

Non era per crudo senso di vendetta, ma serviva per far capire alla controparte che, ove avesse alzato il livello dello scontro, lo Stato avrebbe reagito. Cercavamo, peraltro, anche di dialogare e cercare una soluzione, perché non ci faceva piacere che la tensione sfociasse in devastazione e guerriglia urbana. Eravamo lì per garantire l’Ordine Pubblico!

Poi abbiamo cominciato a sentirci dire che eravamo stati bravi a non farci trascinare dalle provocazioni, che nonostante tanti feriti, non avevamo “ecceduto”. E nessuno s’è mai posto, pare, il problema, che la controparte potesse “eccedere”. Quella lo poteva fare, in nome di una libertà non meglio qualificata. Noi, da signori, dovevamo lasciar perdere.

Lo Stato ha accettato di sostenere i costi per le lesioni subite dai suoi uomini in uniforme, per preservare le zucche – sovente vuote – di chi scendeva in piazza per far casino. Perché, sia chiaro, i veri lavoratori che protestavano per migliorare la loro condizione di vita e di lavoro, il loro salario, quelli non cercavano di offendere e far male. Del resto tanti di loro erano padri e fratelli dei nostri uomini: lo disse Pier Paolo Pasolini, uno che di destra non era di certo.

L’aver per decenni la politica accettato che il manifestante fosse pressochè intoccabile ha determinato quello cui si assiste oggi. Città trasformate in scenari di guerra, e appartenenti alle forze dell’ordine che potrebbero essere tanti protagonisti di un “Io speriamo che me la cavo”.

E allora oggi gruppi di arrabbiati spingono indietro fino ai loro veicoli blu o azzurri muniti di lampeggianti i contingenti di agenti e carabinieri. Svellono pali della segnaletica e pesanti transenne per usarli come arieti o lanciarli. C’è pure chi prende a calci gli scudi, e anche il didietro del nostro ragazzo in uniforme, o prova ad aprire la portiera di un mezzo delle Forze di Polizia, tanto nessuno gli farà nulla. Neppure se agisce col viso travisato, cosa di per sé illecita. Il funzionario responsabile e l’ufficiale non so che cosa provino, oggi, sapendo di doversi solo ritirare, se “butta male”. Una volta il mio colonnello mi avrebbe fatto correre se avessi riportato la macchina distrutta, oggi pare sia sufficiente non aver fatto male al povero dimostrante, per essere stato bravo a gestire l’O.P.

Bocciatura a scuola, punizioni, manganellatura, sono tutte “una sconfitta della società”, bella banalità che serve solo a tirare su una generazione nella certezza della propria impunità. Meglio i manifestanti degli anni ’60 e ’70, che sapevano che avrebbero potuto buscarle. Questi di oggi vengono avanti tranquilli nella loro viscerale arrabbiatura, col cervello sguazzante in un brodo primordiale d’informazioni sommarie e monodirezionali, privi di un’ideologia seria e articolata.

Eppure bisogna risparmiargli quella ripassata, che sarebbe stato compito dei genitori fargli provare, pena il “deja vu” di Genova-G8. Bene, cresceranno così, pieni di certezze di diritti, assenza di doveri e onnipotente presunzione d’impunità, che svaniranno come nebbia al sole quando dovranno cercarsi un lavoro o superare un concorso. Cresceranno arrabbiati con tutto e tutti, infarciti d’idee irrealizzabili, sperando comprendano prima o poi di doversela prendere con se stessi.

Colpa loro? Ma no! Li hanno resi tali coloro che – pochi, quelli sì abili e intelligenti – non li hanno fatti ragionare, imponendo modelli settari, convincendoli che esistano il nero e il rosso, il buono e il cattivo.

Insomma, il fallimento di Manzoni, quando scrisse che torto e ragione non si separano con un taglio netto.

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