Anno XI 
Sabato 25 Luglio 2026

Scritto da Carmelo Burgio
Politica
10 Giugno 2024

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Sotto un punto di vista tecnico abbiamo assistito al solito intervento pressoché perfetto delle forze speciali israeliane, finalizzato alla liberazione di ostaggi, sull’onda del raid di Entebbe della notte fra 3 e 4 luglio 1976. Proviamo a analizzarne gli elementi.

  • Intelligence. Al solito gli israeliani hanno messo in campo capacità di primo piano, supportate, pare, dall’alleato statunitense. Non è una colpa avere un amico formidabile in cui una lobby potente condiziona le scelte di politica estera. Che questa lobby voglia scongiurare una nuova Shoah, e proteggere l’integrità dello Stato d’Israele, va accettato. Se ve ne fossero di altrettanto potenti curda o palestinese, solo per far due esempi fra i più noti, avremmo due altri Stati. La vita e le relazioni dei popoli son regolati dalla legge del più forte.

  • Addestramento. Sorvolo, essendo noto il livello di capacità delle Israel Defence Forces e delle sue articolazioni di maggior pregio. Sottolineo solo che ha dei costi, economici e sociali. E lì pacifisti e ambientalisti non interdicono l’uso di aree addestrative.

  • Tattica. Quando iniziò a combattere, appena conclusa la 2^ Guerra Mondiale, il primo embrione delle IDF dovette giocoforza puntare su aggressività e rapidità, proprio per il divario sfavorevole di forze in campo. Apprese che fosse inutile attendere in difesa che gli altri si riunissero e attaccassero, e sviluppò una mentalità aggressiva, sostanziata dal concetto da street fighter de noantri “mena pe’ primo e meni 2 volte”.

  • Priorità delle vite da salvare, in un contesto che vede i propri uomini, gli ostaggi, i combattenti e i civili palestinesi:

    • Il soldato israeliano, addestrato con costi cospicui, al primo posto colloca sé stesso. Potenziale umano militare e spese per prepararlo allo scontro vanno tutelati.

    • I connazionali in ostaggio fanno parte dello Stato d’Israele e come questo sono in guerra continua. Sono soldati in attesa di essere arruolati, o temporaneamente in aspettativa, o definitivamente giubilati, dipende solo dall’anagrafe. Vanno salvati se non c’è rischio eccessivo per il dispositivo. In questo caso probabilmente le ripercussioni sulla politica interna hanno spinto a ricercare il successo e la salvezza degli ostaggi, accettando solo il prezzo minimo. Un operatore ucciso, a fronte della liberazione di 4 cittadini israeliani e delle oltre 100 uccisioni provocate fra i nemici, ci sta.

    • Il terzo protagonista: palestinesi, civili o combattenti. Per il soldato delle IDF sono accomunati nel concetto di nemico, considerato terrorista e criminale, per cui non vale il sacrosanto principio italiano del recupero del condannato. Va ucciso e basta se non si toglie di torno in fretta, e più ne uccidi meno ne dovrai fronteggiare domani.

Non credo si possa condannare tale forma di gestione dell’emergenza: è il soldato che mette la vita in gioco, ed è lui che deve essere posto nella migliore condizione per tornare indietro. Ha una famiglia e una vita, non ha scelto di combattere, sarebbe rimasto a casa a far altro senza il 7 ottobre 2023.

Inutile quindi star a commuoversi per le immagini che le TV arabe si son affrettate a diramare, piene di donne in lacrime piegate sui cadaveri dei propri cari. Quando è scattata l’operazione il volume di fuoco a tiro curvo e la violenza dell’intervento a contatto sono stati i più pesanti erogabili e sostenibili alla luce della prossimità delle proprie truppe impegnate.

Aver custodito gli ostaggi presso famiglie inermi e innocenti (?), nel mezzo di altre famiglie meritevoli di analoghe aggettivazioni, esponeva a un rischio. Inutile negare che le IDF avessero il diritto di liberare i loro connazionali, anzi, prima li avranno riportati a casa tutti, prima termineranno le ostilità.

Conoscendo preparazione, capacità e tattica israeliana, la parte avversa sapeva che l’unico scampo fosse togliersi di torno al palesarsi dell’attacco. Chi non l’ha fatto in tempo aveva, al solito, poche speranze.

Ultimo aspetto meritevole di menzione è l’entità dei “danni collaterali” denunciati dai palestinesi. Più volte uno dei massimi cronisti italiani, Lorenzo Cremonesi del Corsera, con quel suo modo da straordinario cagnone arruffato e febbrile, ha dimostrato come da quelle parti venissero gonfiati massacri e devastazioni israeliane. È vero, apparteneva alla comunità ebraica milanese, era stato a suo tempo legato giocoforza alla sinistra, quantomeno perché il peggior problema al suo popolo l’avevano creato i nazi-fascisti, ma la sua onestà è assolutamente fuor di discussione. E la prassi a esagerare sempre le malefatte israeliane lui l’ha sempre documentata con rigore. Non è un caso che da fonte palestinese si parlasse, stavolta, di 200 morti, quando erano la metà. Sempre tanti, si dirà. Ma si può aver fede in un interlocutore che esalta sempre le altrui malefatte e stempera le proprie?

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