Amando il rischio, senza avere le carte per le mani, mi sbilanciai sulla sorte che sarebbe toccata ad un paio di colleghi, finiti nel tritacarne giudiziario. Sapevo che erano galantuomini e non meritavano castigo, né gogna mediatica. Beh, per uno le cose si son sistemate poco fa, parlo del colonnello coinvolto nel CUCCHI-TER e assolto senza rinvio dalla Corte di Cassazione. Che in pratica, con elegante sberleffo, ha comunicato ai PM della Procura di Roma e ai loro beneamati giudici di 1° e 2° grado, e – già che c’era – all’on. Cucchi, che l’intera costruzione dell’accusa fosse priva di fondamento. E l’onorevole stavolta non ha trovato nessuno pronto a profondersi in baciamani.
Ora è la volta del secondo Amico, il colonnello Fabio Cagnazzo, che il GUP di Salerno ha PROSCIOLTO dall’accusa di essere coinvolto nell’omicidio del povero sindaco di Pollica (SA), Angelo Vassallo.
Ricapitoliamo: grande indagine dell’Arma, ma che dico, del fior fiore dell’Arma, naturalmente coordinata e diretta da una formidabile Procura della Repubblica. Il Colonnello arrestato ai domiciliari su provvedimento del G.I.P. che concorda con le conclusioni-richieste della Procura. Era indicato, non si capiva bene, come depistatore, esecutore, mandante dell’omicidio.
Fino a che la palla resta nella propria metà campo – Salerno – nessuno scampo. Appena comincia ad entrare in gioco la Corte di Cassazione, vien fuori che gli estremi per restringere a suo tempo la libertà dell’ufficiale non vi fossero. Ma guarda un po’? Ovvero che il solidissimo impianto teoretico – come per il Generale Mario Mori e il Colonnello Giuseppe De Donno, come per il Colonnello Lorenzo Sabatino, come per il Generale Giampaolo Ganzer anni fa, e come per tanti, troppi altri – risultasse piuttosto fragilino, un gigante dai piedi d’argilla. Un po’ come quei giganti della Procura che comprano (e lo ammettono) le case versando parte del conquibus in nero, evitando tasse per sé e per il venditore.
Senza scomodare ragioni del “Sì” e del “No”, si ripete il copione.
Parte l’indagine, l’accusa s’accanisce, fidando nell’appiattimento del G.I.P..
La Polizia Giudiziaria si schiera e dà una mano – magari si fa fuori un concorrente all’avanzamento – e si rovina il collega che non sta troppo simpatico. O forse si sbaglia clamorosamente nelle valutazioni. Non so, non conoscendo i dettagli, faccio solo ipotesi. Diciamo che nella mia carriera ho visto entrambe le situazioni.
Il danneggiato ci rimette serenità, tempo, denaro, dignità, e magari per qualche anno sparisce dal radar delle valutazioni per progredire.
Infine arriva la cavalleria, in questo caso prima la Corte di Cassazione che dice che il castello costruito con le carte da poker non regge. Seguita dal Giudice per l’Udienza Preliminare, che tomo-tomo, chiatto-chiatto, magari sorretto dalla pronuncia della Suprema Corte, ribadisce che si è fatta letteratura gialla manco degna di essere trasposta per NetFlix. In sintesi: che i pentiti non fossero credibili. Come se dopo i casi Tortora, ci voglia un GUP e una Suprema Corte per spiegare agli infiammati “Prosecutors” che coi pentiti di camorra sia il caso di prendere tutto con un buon paio di pinze.
E purtroppo la filiera si chiude qui. E nessuno pagherà.
Come quando ROS e Procura di Napoli sostennero che altro ufficiale dell’Arma avesse fruito di aiuti camorristi per lucroso posto di lavoro per la propria discendenza. Senza verificare prima – cosa assai semplice – che la stessa discendenza fosse del tutto disoccupata e mai prima occupata.
Una riforma della giustizia, senza dover ricorrere a modifiche costituzionali, potrebbe prevedere alcuni piccoli provvedimenti.
Il primo: un migliorato rapporto numerico fra G.I.P. e Sostituti Procuratori. In modo che i primi non debbano decidere in tempi contratti su un numero troppo superiore di casi proposti da più scrittori, compresi quelli di romanzi gialli.
Il secondo: per casi di queste dimensioni e richiamo mediatico, andrebbe introdotto un esame dell’informativa di Polizia Giudiziaria e della conseguente richiesta di misure restrittive del Prosecutor. Che evidenzi ex-post le illogicità, le falsità, gli errori degli investigatori dal fiuto sopraffino (?), senza dimenticare chi li ha coordinati e diretti. Non serve molto, c’è tutto nella sentenza del GUP o della Cassazione. Se ha smontato l’accusa, allora questa era un romanzetto. E chi l’ha scritto “deve da pagà” i danni morali e materiali sostenuti dall’accusato. Perché ha sbagliato, e la colpa si delinea se c’è imperizia e imprudenza. C’è imperizia se hai sbagliato le indagini. C’è imprudenza se hai tirato conclusioni che rovinavano qualcuno, e risultano errate. Anche qui non serve la Costituzione. Rovinare qualcuno ingiustamente, È grave.
A quel punto, se dovesse venire fuori che l’inguaiamento del collega ha avuto origine in ragioni personali, di graduatoria all’avanzamento, ad esempio, si potrebbero tirare altre conseguenze. Ma qui non serve cambiare nulla: le leggi già ci sono.
Insomma, siano vicini alla realtà in questo benedetto governo: vadano a chiedere a chi sta boots on the ground. E magari la giustizia inizierebbero a sistemarla.



