C'è un curioso vizio della polemica politica contemporanea: non ci accontentiamo più di giudicare le parole e gli atti degli altri. Pretendiamo di conoscere anche i loro pensieri più intimi.
È un meccanismo che merita qualche riflessione.
Nel 1936 Jesse Owens trionfò alle Olimpiadi di Berlino, conquistando quattro medaglie d'oro. Per decenni è circolata una narrazione semplicissima: Hitler, infastidito dalla vittoria di un atleta nero, avrebbe rifiutato di stringergli la mano o di congratularsi con lui. Una storia perfetta per rappresentare plasticamente il razzismo del regime nazista.
Il problema è che la realtà storica è più complicata. Owens stesso raccontò di non essere stato snobbato da Hitler e ricordò piuttosto di non essere stato ricevuto alla Casa Bianca da Franklin D. Roosevelt. Il motivo, secondo la ricostruzione riportata dal film "Race, del 2016, era legato anche alla necessità del presidente americano di non alienarsi il consenso degli Stati del Sud.
Ottant'anni dopo, la storia sembra riproporsi con una curiosa inversione.
Sara Curtis, giovane atleta italiana figlia di madre nigeriana, ha stabilito il record mondiale dei 50 metri dorso. Una straordinaria impresa sportiva, che dovrebbe semplicemente essere celebrata come tale.
E invece Dagospia ha scelto un'altra chiave: chiedersi quanto possa «rosicare» Roberto Vannacci davanti a quella vittoria, collegando la prestazione dell'atleta alle posizioni espresse dal generale sull'identità nazionale.
Naturalmente non sappiamo che cosa pensi Vannacci della vittoria di Curtis. E proprio questo è il punto.
Non abbiamo alcuna ragione per trasformare un'ipotesi sul pensiero privato di una persona in un fatto. Possiamo criticare le sue idee, discutere le sue dichiarazioni, contestare le sue posizioni. Ma attribuirgli sentimenti che non ha espresso significa compiere un salto logico.
È un meccanismo assai più diffuso di quanto sembri: si costruisce prima il personaggio e poi gli si attribuiscono i pensieri che quel personaggio dovrebbe avere.
Il "razzista", dunque, dovrebbe necessariamente essere infastidito dalla vittoria di un'atleta nera. Il progressista dovrebbe necessariamente gioire di determinate cose. Il sovranista dovrebbe pensare questo. L'antifascista dovrebbe pensare quello.
E così la politica finisce per diventare una sorta di seduta spiritica: non si ascolta più ciò che le persone dicono, si pretende di evocare ciò che in realtà penserebbero dentro di sé.
La vicenda Owens dovrebbe almeno insegnarci una cautela elementare: le narrazioni più comode non sono necessariamente quelle più vere.
E forse sarebbe opportuno ricordarlo anche oggi.
Perché attribuire all'avversario un pensiero che non ha espresso può essere molto gratificante. Ma resta una forma di propaganda.
E qualche volta, a forza di voler dimostrare quanto sia cattivo il proprio avversario, si finisce semplicemente per raccontare una storia che parla molto più di noi che di lui.
A buon intenditor...



