Anno XI 
Mercoledì 7 Ottobre 2026

Scritto da Redazione
Politica
06 Ottobre 2026

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Era sparito dopo la figura barbina di Viareggio, ma era prevedibile che Stefano Baccelli, ex consigliere regionale, sarebbe tornato a farsi vivo. Che lo abbia fatto per scelta o perché pregato dai suoi colleghi di Sinistra non importa. Baccelli è, al momento, il solo possibile contraltare in grado di giocarsela con Mario Pardini. Primo perché conosce l'ambiente, secondo perché ha già gareggiato parecchie volte in vita sua, terzo perché a sinistra c'è il vuoto salvo qualche eccezione non in grado, tuttavia, di avere il suo stesso spessore politico e amministrativo. Non dimentichiamo che è stato anche presidente della Provincia quando le Province contavano qualcosa. Ecco il lungo intervento di Stefano Baccelli sul suo profilo facebook che sta a significare una sorta di 'sono tornato'. 

Ok, questo post è un po’ lungo, mi farebbe però piacere trovaste il tempo per leggerlo.
Le città non cambiano in meglio aspettando che qualcosa accada.
Cambiano, migliorandosi, quando hanno una visione, il coraggio di fare delle scelte e la capacità di trasformarle in progetti concreti. Anche quando le sfide sono complesse. Soprattutto
quando le sfide sono complesse.
La Manifattura è una di queste.
E può diventare molto più di un grande intervento di recupero: può essere il progetto da cui partire per fare di Lucca un modello di rigenerazione urbana, capace di tenere insieme la propria storia, la propria identità e una nuova idea di futuro.
Per generazioni la Manifattura è stata una città dentro la città. Migliaia di lucchesi, soprattutto donne, ci hanno lavorato, costruendo la dignità delle proprie famiglie e contribuendo all’identità economica e sociale di Lucca.
Oggi quello stesso luogo può
tornare a produrre opportunità. Non necessariamente le stesse di ieri, ma quelle di cui la
città ha bisogno domani.
Può diventare il cuore di un progetto che restituisca identità e vitalità al centro storico, che
tenga insieme il diritto ad abitare, nuove forme di lavoro, servizi, cultura e spazi di incontro.
Un progetto che sappia aprire Lucca al mondo, rafforzando invece che smarrendo la propria identità, attraverso politiche economiche, sociali, culturali e turistiche capaci di mettere al centro la qualità della vita di tutti, residenti e visitatori.
Perché una città è davvero attrattiva quando, prima di tutto, lo è per i propri cittadini, residenti, lavoratori, studenti.
Una città in cui si vive bene.
Dove le persone si riconoscono, si incontrano, costruiscono relazioni e trovano nuove possibilità.
La Manifattura può essere il luogo in cui questa visione prende forma.
Il progetto che dimostra che un’altra idea di città, coerente con le proprie vocazioni identitarie, è possibile.
Ma per farlo bisogna scegliere di governare i processi, non di subirli.
Occorre partire da idee forti, non tirare a sorte sperando di vincere al super enalotto dell’idea vincente.
Oggi la Manifattura è ferma.
E il problema non è affatto tecnico: è politico.
Ci avevano promesso che con l’amministrazione Pardini sarebbe stato tutto più semplice.
Siamo arrivati a una proposta dichiarata inammissibile dai tecnici del Comune e ad un Consiglio comunale aperto dal quale non è emersa una prospettiva chiara.
Anzi mi permetto di dire
che non è stato proposto né il traguardo, né il percorso, né la direzione, e nemmeno, per
la verità, un sicuro punto di partenza.
Nemmeno conosciamo il nome di chi sia il compagno di viaggio con cui, necessariamente, dovremo, in armonia, coabitare.
È proprio qui che emerge una differenza fondamentale tra amministrare l’esistente e avere
una visione di città.
Aspettare che qualcosa accada per poi gestirne le conseguenze non è sufficiente quando si ha davanti una partita di queste dimensioni.
Non è un male solo di Lucca, per carità, ma la politica non dovrebbe essere gestione, più o meno accurata, delle conseguenze di ciò che accade, ma governo dei processi partendo da idee ed obiettivi.
La Manifattura non si lascia accadere. Si governa.
E governare significa innanzitutto assumersi una responsabilità pubblica.
Il pubblico deve esserci.
Deve avere una visione, indicare una direzione, creare le condizioni perché quella visione diventi realtà.
Deve coinvolgere innanzitutto i cittadini, perché il futuro di un luogo così importante non può essere deciso senza la Città.
Deve chiamare a raccolta tutti gli enti e le istituzioni che possono contribuire al progetto, mettere
insieme competenze, strumenti e risorse.
Senza demonizzare nessuno e senza contrapporre per principio pubblico e privato.
Ma con una regia pubblica forte, con la schiena dritta, unico modo per attrarre virtuosamente
partner privati.
Capace di tenere insieme interessi diversi attorno a un obiettivo collettivo: restituire la Manifattura alla vita della città.
Di più, farne lo strumento per rigenerare l’anima di una nuova Città, fedele ed orgogliosa della propria storia, dei propri valori,
pronta ad affrontare il futuro.
E qui entra in gioco il coraggio.
Il coraggio di non rinunciare a un’ambizione soltanto perché è difficile realizzarla.
Di non considerare la complessità una giustificazione per restare immobili.
Di costruire alleanze,
cercare risorse, assumersi responsabilità e prendere decisioni.
Di affrontare anche le partite più grandi con metodo, competenza e concretezza.
Perché concretezza e visione non sono antinomie.
Al contrario, la concretezza senza
visione si limita a gestire il presente.
La visione senza concretezza resta una promessa.
La politica deve avere la capacità di tenerle insieme, e il coraggio di misurarsi anche con ciò che oggi sembra impossibile.
Una città vive dei suoi spazi e attraverso i suoi spazi. Vive della capacità di immaginarli, trasformarli, restituirli alle persone. Vive di coraggio e di concretezza. E cresce quando riesce a fare delle proprie sfide più difficili le occasioni per costruire qualcosa di nuovo che ne rafforzi l’originale identità.
La Manifattura deve essere questo per Lucca: non un problema da risolvere, ma un futuro da progettare.
Non mi pare segno di una spiccata ambizione misurarsi solo con ciò che è facile realizzare. Dobbiamo misurarci con ciò di cui Lucca ha davvero bisogno.
E trasformarlo in opportunità.
E la Manifattura è l’occasione per dimostrare che possiamo essere concreti anche quando pensiamo in grande, che possiamo costruire un modello di rigenerazione urbana capace di diventare un riferimento anche per altre città.
Una Lucca che non rinuncia alla propria identità, ma la trasforma in una forza per cambiare.
Che dalla propria storia sa generare lavoro, cultura, relazioni, comunità e nuove occasioni.
Il futuro di una città non è qualcosa che si aspetta.
È qualcosa che si ha il coraggio di
costruire.
E la Manifattura è il luogo da cui cominciare.
L’alternativa?
Lasciare che Lucca sia trasformata in un grande bowling, con enormi palle rosa shocking
che tutto travolgono, la nostra cultura, la nostra identità, il nostro garbo.
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