Anno XI 
Lunedì 27 Luglio 2026

Scritto da Alessandro Tambellini
Politica
14 Gennaio 2025

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Nella Legge Finanziaria 2025, ormai in atto dopo l’approvazione della Camera e del Senato, rispettivamente il 20 e il 28 dicembre scorsi, “per la Sanità i conti non tornano”. Questa affermazione, relativa a dati più volte diffusi da esponenti del partito democratico, proviene da un soggetto autonomo rispetto al dibattito politico: la Fondazione GIMBE (Gruppo Italiano per la Medicina Basata sulle Evidenze, attivo dal 1996 nella valutazione dei risultati della ricerca medico-scientifica), che con queste parole apriva il comunicato del 4 novembre 2024, nel quale sono analizzate in dettaglio le previsioni di spesa per l’anno in corso. Ma le difficoltà non saranno limitate al 2025: per la Sanità mancheranno 19 miliardi di euro da ora alla fine del 2030. Nel 2027 il finanziamento pubblico del Servizio Sanitario Nazionale scenderà al 5,3 % del Prodotto Interno Lordo nazionale, al minimo storico rispetto ad altri paesi europei che hanno una spesa sanitaria attestata intorno al 7% del loro PIL. È vero che in ragione del nostro notevolissimo debito pubblico le risorse sono limitate. È tuttavia evidente che proprio la contingenza, oggettivamente complessa, rende ancora di più necessario valutare la migliore allocazione delle risorse, visto che dichiaratamente l’attuale Governo non è intenzionato a metter mano a una seria riforma fiscale che vada al di là dei semplici condoni, né alla revisione strutturale della spesa generale dello Stato, che elimini eventuali sprechi. Ma continuando con altri pronunciamenti pubblici, sul Quotidiano Sanità del 10 gennaio scorso si legge che la spesa sanitaria per acquisti dal settore privato è cresciuta negli ultimi 20 anni di 12 miliardi, per attestarsi nel 2023 a quota 27 miliardi, cioè a oltre il 20% della spesa totale. Si rileva inoltre (SANITÀ 24) che continua inesorabilmente a salire la spesa sanitaria direttamente a carico dei cittadini – e non rimborsata dal SSN - passata da 28,13 miliardi nel 2016 a 40,26 miliardi nel 2023; e ciò in base al monitoraggio diffuso dalla Ragioneria dello Stato, che valuta in 137,7 miliardi di euro le risorse pubbliche per il Fondo Sanitario Nazionale, alle quali si deve aggiungere appunto l’apporto dei privati.

Credo che sia necessario chiedersi, ora, se vogliamo ancora spingere verso la privatizzazione, come sembra orientato l’attuale governo, consapevoli tuttavia che vi saranno più di 4 milioni di persone che non potranno avere alcun accesso alle cure, perché non in grado di sostenere alcuna assicurazione privata, oppure se intendiamo salvare il Servizio Sanitario Nazionale, istituito con la legge n. 833 del 1978, con i caratteri dell’universalità, dell’uguaglianza e dell’equità, previsti dall’articolo 32 della Costituzione.

Ma vi è poi un altro aspetto che resta completamente al di fuori della politica del Governo, ovvero la valutazione delle modalità di spesa dei fondi pubblici per la Sanità. Come si riesce a garantire i livelli essenziali di assistenza su tutto il territorio nazionale; come far crescere l’assistenza territoriale in modo da alleggerire la pressione in entrata sugli ospedali e assicurare la continuità di cura dopo la dimissione dall’ospedale; come si controlla la spesa farmaceutica per evitare sprechi; qual è il ruolo più efficace della medicina generale; come incrementare la ricerca, in modo da renderci sempre meno dipendenti dai monopoli internazionali della farmaceutica: sono questi solo alcuni degli interrogativi che dovremmo porci. E a fronte delle inefficienze spesso palesi della situazione attuale, sarebbe a mio parere necessario avanzare proposte, cui far seguire scelte precise di riorganizzazione del Servizio Sanitario, definendo i ruoli rispettivi di ospedali e territori, e quindi i ruoli di chi è chiamato a operare nei diversi ambiti. Non vediamo purtroppo accenni in tal senso. Secondo i dati riportati dalla stampa nazionale nei primi giorni di dicembre 2024, l’offerta sanitaria della Toscana, insieme a quella dell’Emilia Romagna e del Veneto, si colloca ai livelli più alti in Italia. E quanto sia valido il servizio sanitario della nostra regione, entro il quale si colloca anche l’ambito lucchese, lo sa bene chi per rilevanti ragioni di salute ha dovuto usufruirne. Mi è capitato di trovarmi in paesi stranieri con il servizio sanitario largamente privatistico. A fronte di un malore, che ha avuto necessità di un intervento medico, la prima richiesta è stata di esibire la carta di credito. E un breve ricovero di emergenza al pronto soccorso, in un altro caso, ha richiesto una spesa finale di circa 4 mila euro equivalenti. Se vogliamo scivolare verso quel modello, fatto di polizze assicurative private, per chi potrà permettersele, avanti così: la strada è aperta.

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