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Scritto da Luciano Luciani
StoricaMente
21 Maggio 2026

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È sempre accaduto che i giovani si siano riconosciuti poco o per niente nel mondo che gli adulti del loro tempo hanno saputo organizzare. Ed eccolo, puntuale come una malattia esantematica (morbillo, varicella, rosolia oppure scarlattina), il conflitto generazionale, più o meno palese, più o meno sordo, ma sempre presente almeno tre o quattro volte per secolo… Accadde anche a Lucca e per di più in pieno fascismo, all’incirca un secolo fa: un piccolo gruppo di adolescenti, nati nella prima metà degli anni Dieci, legati tra loro da una salda amicizia maturata sui banchi del Ginnasio-Liceo  “N. Machiavelli”, visse un istintivo e confuso sentimento di scontento nei confronti della società del tempo, auspicandone il rinnovamento, meglio se “rivoluzionario”. Un cambiamento, comunque, capace di andare oltre gli schemi che la dottrina di regime e la propaganda ufficiale avevano ufficialmente elaborato proprio per loro, i giovani. Così scriveva in proposito il grande giornalista Ruggero Zangrandi nel suo noto Il lungo viaggio attraverso il fascismo, 1962, ancora utile per comprendere il come e il perché la società italiana di cento anni fa, irreggimentata in un sistema rigido, autoritario, antidemocratico, riuscisse da sé a elaborare i fermenti che, attraverso prove durissime, l’avrebbero condotta alla Resistenza, alla Repubblica, alla Costituzione:

Il fascismo non riuscì a incidere sui giovani del suo tempo malgrado lusinghe e inganni. Ottenne, invece, i favori e gli appoggi indispensabili da parte degli esponenti della vecchia classe dirigente democratica, liberale e cattolica che praticamente fagocitò. Poi, sia pure sotto la minaccia di un regime di polizia ebbe i consensi… Quanto ai giovani – giovani nel ‘30 o nel ‘35, intendo – cercò di allevarli da fascisti e se li ritrovò, in larga e significativa misura, nonostante l’abbandono dei vecchi e il cattivo esempio degli adulti, o fascisti critici, o afascisti o avversari decisi se non sempre dichiarati.

I nomi di questi giovanissimi scontenti all’opposizione, non sempre studenti brillanti ma avidi di cultura e di esperienze? Arturo Paoli, futuro iniziatore della teologia della liberazione e faro di spiritualità per tutto il tempo della sua lunga esistenza; Carlo Del Bianco, eroe della Resistenza lucchese; Nino Russo Perez, giornalista e scrittore di orientamento socialdemocratico,, i fratelli Pizzetti sui quali si concentra oggi la nostra attenzione.
Figli di Paolo Pizzetti, docente di Geodesia teorica prima all’università di Genova e poi a Pisa, che aveva sposato in seconde nozze Maria Luigia Saltini. Ernesto nasce nel maggio 1914, Giulio un anno più tardi. Il capo famiglia viene a mancare nel 1918 e la vedova, per provvedere a se stessa e ai figli, è costretta a tornare alla professione, precedente il matrimonio, di maestra d’asilo. Al seguito della madre, assegnata a diverse sedi di lavoro, i due ragazzi compiono i primi studi in maniera disordinata. Gli anni del ginnasio e del liceo li vedono, invece, a Lucca, studenti del liceo “Machiavelli”, amici di Arturo Paoli e membri del gruppo che gli si era autonomamente costituito intorno. Così li descrive Nino Russo Perez nel suo libro di memorie, Gli amici di Lucchesia, 1963:

Ernesto e Giulio P. erano figli di un famoso matematico, maestro di geodesia nell’Università di Pisa, morto da molti anni. Biondi, vestiti ugualmente come gemelli, erano sommamente dissimili l’uno dall’altro. Ernesto, il maggiore, dalla faccia ossuta, rude, poliedrica, la voce grossa e rauca, la tonante risata, credeva nel solo nume della ragione, e nella bontà naturale, assoluta, di tutte le libertà; aveva mani delicate, che correvano sui fogli coprendoli di una scrittura minutissima, appunto, di grande matematico. Giulio (…) era altissimo, sereno, luminoso, come un guerriero nordico, e armato di una religiosità fiera e silenziosa, da tavola rotonda.

Mentre Ernesto, Nenè, si trasferirà all’Università di Roma per diventare docente di scienze statistiche, Giulio, dopo un anno d’ingegneria a Pisa, continuerà gli studi a Torino presso il Politecnico, dove troverà un importante punto di riferimento, umano e culturale, nella figura del prof. Guido Colonnetti, amico e collega del padre negli istituti universitari di Genova e Pisa. Laureatosi con lode in ingegneria civile a soli 22 anni, intraprenderà una brillante carriera di ingegnere che negli anni tra il ’48 e il ’53 lo porterà a lavorare e a insegnare in Argentina dove promuove la conoscenza dei lavori di Pierluigi Nervi e di Riccardo Morandi sul cemento armato precompresso. Rientrato definitivamente in Italia nel 1956, oltre a svolgere importanti incarichi professionali, Giulio Pizzetti insegna presso lo IUAV (Istituto Universitario di Architettura di Venezia). Dal 1969 è professore ordinario di Tipologia strutturale al Politecnico di Torino e direttore dell’Istituto di Scienza delle costruzioni. Muore nel nel 1990.

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