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Scritto da Luciano Luciani
StoricaMente
08 Novembre 2025

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Autore con le sue Confessioni d'un Italiano di pagine considerate "la testimonianza più alta del tentativo compiuto dal nostro Ottocento letterario di uscire dagli impacci del romanzo storico e di avviarsi a forme più moderne di narrativa", (Romagnoli, 1968), Ippolito Nievo (Padova, 1831 – Mar Tirreno, 1861), nonostante la sua prematura e tragica scomparsa, è stato una figura di primo piano del nostro risorgimento letterario e politico in un'Italia che si andava faticosamente configurando in senso unitario. Scrittore di novelle "campagnole", sette, pubblicate su riviste tra il 1855 e il 1856 (La nostra famiglia di campagnaLa Santa di ArraLa pazza del SegrinoIl VarmoIl milione del bifolcoL'avvocatinoLa viola di San Bastiano) e di tre romanzi precedenti al suo capolavoro - Angelo di bontà. Storia del secolo passato, 1856; Il conte pecoraio. Storia del nostro secolo, 1857; Il barone di Nicastro, 1859 - Ippolito Nievo aveva partecipato ai temi e ai modi della letteratura cosiddetta "rusticale", distaccandosene però con qualche nettezza. Se in tali lavori è ancora possibile ritrovare le connotazioni moralistico/pedagogiche proprie del genere, come pure l'idea di un mondo contadino popolato da individui tanto onesti e laboriosi quanto rassegnati alla propria condizione subalterna, è indubbio che dai suoi lavori "campagnoli" trapelino tensioni e inquietudini affatto originali che staccano questo autore dall'impostazione liberale/moderata di narratori come Francesco Dall'Ongaro, Giulio Carcano, Caterina Percoto... Così, l'idillio campestre, che pure è presente nelle sue novelle, finisce per assumere i tratti di una difesa dell'autonomia culturale delle campagne a rischio di essere colonizzate e comunque, nella loro sostanza profonda, ancora irriducibili rispetto a un progetto di egemonia borghese.

Significativo in questo senso anche il suo saggio politico più importante: quel Frammento sulla rivoluzione nazionale, scritto tra il 1859 e il 1860, le cui le sue serrate argomentazioni mettono in luce il distacco che divide i contadini dai borghesi e dagli intellettuali e ribadiscono la necessità di coinvolgere le masse rurali al processo risorgimentale. Lucida, poi, l'analisi di Nievo che si sforza di individuare le cause di quella dolorosa - e pericolosa - separatezza nella storia e negli errati orientamenti politici e culturali dei gruppi dirigenti e degli stessi intellettuali. "Mal s'insegna l'abbicì a chi ha fame", sostiene Nievo in questo suo saggio al momento di indicare alcuni obiettivi praticabili, ponendosi così in controtendenza con quanti, per esempio i democratici mazziniani, avevano sempre privilegiato l'educazione e l'istruzione come prioritarie per l'innalzamento del tenore di vita.

Le stesse scelte linguistiche operate dal Nievo già prima delle Confessioni rimandano a un lessico composito e pluralistico, orientate verso una "scelta decentratrice" (Gorra, 1976). Essa diseroicizza la vicenda narrata e non esclude toni di denuncia dello sfruttamento subito dalle classi rurali, arrivando a lucide, penetranti, commosse note polemiche sconosciute ad altri scrittori a lui contemporanei. Colpisce nelle Confessioni la grande libertà con cui il Nievo intercetta i precedenti modelli e generi narrativi e li rielabora nella larga, articolata ambientazione della sua opera maggiore: così, il modello del romanzo storico viene ripreso, ma rimodulato nel senso di una storia recente, quella dell'Italia in via di realizzazione e fanno la loro comparsa ampie pagine saggistiche e di riflessione civile e morale. Prevale un indirizzo stilistico orientato verso la mescolanza di registri espressivi e idiomi differenti: un plurilinguismo fatto di termini nobili e lessico della consuetudine realistica e vernacolare toscana che convivono con vocaboli di gusto dialettale e regionale, secondo una tecnica di fusione linguistica già teorizzato nel 1854 negli Studi sulla poesia popolare e civile massimamente in Italia e qui realizzata con molta più misura e intelligenza che nei tre romanzi precedenti. In modo troppo tangibile per essere casuale, Nievo si discosta dal monolinguismo fiorentinista proposto da Manzoni nell'edizione definitiva dei Promessi sposi (1840-1842): una scelta che investe sia il lessico sia la sintassi e la ritroviamo tanto nei dialoghi quanto nelle parti narrative dove prevale costantemente un linguaggio medio, mentre il linguaggio dei diversi personaggi è conformata dal vaglio rappresentato della voce del narratore- protagonista.

Sono proprio queste novità a spiegare come riguardo alla lingua e allo stile del romanzo abbia avuto a lungo rilievo, e in parte ancora duri, una critica assai limitativa, un giudizio che segnala negativamente una supposta negligenza e una confusione stilistica che caratterizzerebbe le Confessioni. A questo riguardo merita di essere riportata un'affermazione di P.V. Mengaldo secondo cui "il pieno recupero delle Confessioni passerà anche attraverso una riforma del nostro gusto troppo purista e prezioso. Anche in questa funzione antiretorica, antipuristica e per così dire linguisticamente libertaria sta la grande importanza dell'opera" (Mengaldo, 1984).

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