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Scritto da aldo grandi
Ce n'è anche per Cecco a cena
20 Luglio 2026

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Chi ha seguito per 14 anni la Gazzetta di Lucca sa bene come questo quotidiano on line sia stato non soltanto l'espressione di un modo di fare giornalismo molto sopra le righe, così come sa che esso è stata l'espressione, molte volte, di un modo di essere e di concepire la realtà che appartenevano al suo direttore (ir)responsabile. Non a caso esso ha accompagnato le vicissitudini di un giornalista di provincia che ha scambiato quest'ultima per un palcoscenico dove esibirsi in quella che pensava e pensa dover essere una palestra per fare del buon giornalismo. E' vero, come sosteneva il vecchio amico e collega Fidia Gambetti, maestro a tutti gli effetti, che la provincia uccide, ma è altrettanto vero che in provincia, come sosteneva, qualcuno è veramente qualcuno e nessuno è veramente nessuno. Non si bleffa a queste latitudini, al massimo si finge, ma anche qui si rischia di essere scoperti e regolarmente sputtanati. Dicevamo che non era raro leggere sulla Gazzetta, nella rubrica Ce n'è anche per Cecco a cena, ma non soltanto, la quotidianità di chi scrive che cercava di fare partecipi i propri lettori di presunte verità acquisite che avrebbero potuto essere cedute a chi ne volesse fare buon uso. Da allora, da quel 2011 in cui nacque la Gazzetta di Lucca, di tempo e di anni ne sono passati non pochi, tanti e che anni! Tra querele, esposti, denunce, condanne e, fortunatamente, altrettante assoluzioni, non ci siamo fatti mancare niente. Abbiamo allattato numerosi aspiranti giornalisti che, adesso, scorrazzano qua e là con alterne fortune nei meandri di un mestiere che, ormai, conta quanto il due di coppe a briscola quando regna bastoni. Non che prima contasse di più, ma, almeno, aveva più dignità e doveva ricorrere all'ingegno mentre adesso ricorre alla tecnologia e la differenza la si percepisce tutta. Fra pochi giorni, il 26 luglio, S. Anna, festeggeremo, si fa per dire visto che, a dirla tutta, non è che ci sia niente di particolare da celebrare, le nostre prime 65 primavere. Siamo nati quando ancora i prati dominavano il cemento e abbiamo finito per sopravvivere al secondo, ma non senza aver divorato i primi. Abbiamo vissuto di privazioni e di desideri, riuscendo ad assorbire le prime e a coltivare i secondi. Siamo arrivati ben oltre il mezzo del cammin di nostra vita, anzi, lo abbiamo addirittura quasi doppiato eppure, a dispetto di chi ci definisce boomer, siamo ancora qui a dire, ma, soprattutto, a scrivere come e quello che sentiamo e sappiamo di voler fare. Certo, non sappiamo molto di tecnologia, altrettanto di home banking e altre diavolerie, ma non molliamo e cerchiamo in un modo o nell'altro di resistere, anzi, ricalcando il meraviglioso motto antifascista di Giustizia e Libertà, di insorgere per risorgere. Per decenni gli schiaffi sono volati e ne abbiamo intercettati parecchi, qualche volta rifilandoli, ma spesso accettandoli come un percorso necessario per raggiungere quello che credevamo essere un obiettivo posto al termine di una professione che amavamo e per la quale a niente al mondo avremmo rinunciato. La vita ci ha piegato, ci ha costretto a cadere più volte, ma non è importante quante volte si cade né quante ci rialziamo. La cosa più importante è il modo con cui ci rialziamo e con il quale riprendiamo in mano la nostra vita. E' come quando finisce un amore perché, mettiamocelo in testa, l'amore può finire e, per alcuni, inevitabilmente. Ma è il modo in cui lo si fa finire che determina il valore che a quell'amore si è dato. Vale per i sentimenti, ma vale per tutto il resto delle cose di questo nostro vivere alla disperata ricerca di un senso. C'è chi lo capisce e chi, invece, preferisce fuggire pensando che la fuga risolva tutti i problemi e consenta di ricominciare daccapo come se niente fosse successo. E', questo, il comportamento degli imbecilli, di coloro per i quali restare è sempre peggio che scappare. E, invece, dobbiamo insegnare ai nostri - e ai vostri - figli che non esiste ricompensa senza sacrificio e che se la famiglia permette e regala, la vita non fa né l'una né, tantomeno, l'altra cosa. Questo sessantacinquesimo compleanno ci fa pensare agli amici che non ci sono più, che hanno abbandonato senza volerlo questa valle di lacrime, che sono scesi di malavoglia da una giostra sulla quale erano saliti convinti che non sarebbero mai scesi, e, invece... Toccherà anche a noi, prima o poi. Fino a quando, però, avremo un alito di vita - sì, proprio quell'alito di vita che nella tradizione ebraica e cristiana Dio creò l'uomo soffiandoglielo nelle narici - faremo di tutto per restare in piedi nonostante tutto e tutti. Non sarà facile, ma il provarci sarà sufficiente a regalarci il diritto di sperare che al di là del mondo degli umani esista qualcosa che non renda inutile tutto ciò che abbiamo fatto e prodotto.

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