La Legacy celebrata in questa 60esima edizione di Lucca Comics & Games non è solo l’eredità artistica cui siamo abituati a pensare passeggiando tra padiglioni e mostre, sedendoci per assistere a un evento o andando a farci autografare un volume: ci sono anche forme di eredità più defilate ma più profonde, incarnate da personaggi che sono stati in grado anche nelle circostanze più difficili di lasciare un barlume di speranza alle generazioni successive.
È il caso di Takashi Nagai, insieme alla moglie Midori Nagai, medico giapponese i cui contributi alla sua comunità e non solo risultano enumerabili solo difficilmente e con non poco stupore: nato nel 1908 in una famiglia di fede scintoista, Takashi si fece presto studente di medicina ateo e materialista. Ma poi, dedicandosi alla ricerca del senso più profondo della vita, si avvicinò al cattolicesimo anche grazie all’incontro con la moglie Midori, convertendosi con il nome di Paolo.
La sua storia è raccontata nel fumetto dell’autrice francese Nathalie Fourmy Nagasaki ’45; e per perpetrarla e far conoscere anche ai più insospettabili questa storia di fede e speranza, per i giorni di Lucca Comics & Games e fino a domani 2 novembre l’arcidiocesi di Lucca e l’associazione Amici di Takashi e Midori Nagai hanno allestito una mostra fatta di grandi cartonati delle tavole del fumetto e pannelli che raccontano le tappe fondamentali della vita straordinaria di Takashi Nagai.
Takashi fu un medico brillante, dedito alla radiologia; e quest’attività cui si dedicò anima e corpo nel desiderio di aiutare il prossimo, esponendosi noncurante a quantità insostenibili di radiazione, lo portò infine a sviluppare la leucemia che ne determinò la morte nel 1951.
Ma prima, un’altra grande tragedia colpì Takashi e tutto il Giappone, segnando una ferita indelebile nell’anima del mondo intero: la caduta della bomba atomica su Nagasaki, che uccise la moglie Midori e lasciò l’uomo da solo con i due figli piccoli.
Takashi non si arrese alla disperazione: come medico, diede un contributo fondamentale allo studio e alla cura della malattia atomica, gli effetti delle radiazioni prodotti dalla bomba sul corpo umano; come cattolico e come uomo, si dedicò a infondere nei concittadini la speranza trasmessa dalla fede e a ricostruire dalle ceneri la città di Nagasaki, contribuendo a ripiantare alberi di ciliegi dove c’era solo terra bruciata e a rimettere in piedi il campanile della città.
In questo periodo, si rifugiò nella scrittura, per trarne conforto e trasmetterlo agli altri: il suo testo più noto, intitolato proprio Le campane di Nagasaki, lo ha innalzato ad autore classico della letteratura giapponese, fama cui ha contribuito un’altra decina di scritti.
Confinato a letto nella sua capanna a causa della leucemia, Takashi venne visitato e onorato con doni da personaggi come l’imperatore Hirohito, Evita Peron, Helen Keller, il santo padre Pio XII e molte personalità del mondo della cultura e della politica. Al suo funerale, celebrato il 3 maggio 1951, parteciparono 20mila persone; e suonarono le campane di tutti gli edifici religiosi, sia cattolici sia buddisti.
“La campana suona per insegnare che, anche se tutto quello che vediamo è destinato a perire, esiste Qualcosa che non muore mai”. Recitano così le parole di Takashi, che è riuscito con l’impegno di una vita a trasmettere in eredità, a fare della sua Legacy la cosa più introvabile e preziosa di tutte: la speranza.


