C’è un momento, prima di ogni concerto, che il pubblico non vede. Il podio è ancora vuoto, l’orchestra accorda, la sala ronza di programmi sfogliati e di ultimi colpi di tosse. Poi si spengono le luci, salgo quel gradino, e per le successive due ore darò le spalle a duemila persone. È il paradosso del mio mestiere: il momento di massimo contatto è anche l’unico in cui il pubblico non può vedermi in viso. L’orchestra sì; l’orchestra mi guarda negli occhi per tutta la sera, ed è a lei che quel volto serve.
Vivere circondata dalla musica è un privilegio: per me significa essere costantemente immersa nella bellezza, a ogni livello. E anche se posso sembrare distante, in piedi sul podio del direttore, o se qualche volta lo studio di una cosa così luminosa e complessa può portarmi in luoghi molto difficili da immaginare, la mia vita non è molto diversa dalla vostra.
Nell’opinione comune il direttore d’orchestra è una figura ingessata e cristallizzata: un uomo con un atteggiamento autoritario e lo sguardo accigliato. E il mondo della musica classica, tutto, in generale, piuttosto brizzolato. Il frac, la bacchetta brandita come uno scettro, il silenzio riverente. Un ritratto che ha più di un secolo e che qualcuno continua a spolverare con cura, come si fa con i busti in marmo nei foyer.
Esattamente il contrario di quello che credo possa essere la musica classica. La sua bellezza, la sua godibilità, devono tornare a essere patrimonio di tutti, anche dei più giovani. Soprattutto dei più giovani. Perché forse, proprio per loro, questo potrebbe essere un antidoto alle drammatiche barbarie che negli ultimi tempi si stanno consumando nelle nostre piazze e nelle nostre strade. La prova concreta che un mondo migliore esiste: che esiste un luogo dove cento persone diverse, con storie e idee diverse, scelgono di accordarsi invece di sopraffarsi. Di ascoltarsi invece di gridare. Di costruire invece di distruggere. Di risolvere una dissonanza invece di farla esplodere.
Questa musica non è nata per stare in un museo, sotto una teca: è nata nei teatri pieni, rumorosi, vivi. Mozart scriveva per un pubblico che rideva, si commuoveva, applaudiva a metà aria. L’abbiamo trasformata noi in una cerimonia. E le cerimonie, si sa, invecchiano.
Come rinnovare? Come avvicinare un pubblico allontanato da questo mondo della classica da pregiudizio, timore reverenziale o semplicemente mancata conoscenza? Queste domande mi guidano nel definire il mio ruolo ogni giorno.
Voglio costruire un rapporto autentico con l’orchestra e con il pubblico, e voglio tenere insieme tutte le loro energie. Perché dirigere non è comandare: è ascoltare cento persone contemporaneamente e restituire loro un’unica direzione. È un gesto di fiducia reciproca, non di autorità.
Voglio dimostrare la modernità della tradizione. Combattere il pregiudizio dall’interno e dall’esterno: dall’interno, dove la tradizione viene a volte confusa con l’abitudine; dall’esterno, dove la musica classica viene raccontata come qualcosa di lontano, difficile, non per tutti.
Voglio rifiutare ogni stereotipo. Continuare a lavorare perché la musica classica sia sinonimo di libertà e bellezza, e non di noia e di costrizione. Libertà e bellezza: due parole che nessun frac ha mai contenuto per intero.
Vedete, ogni volta che sono all’estero, come in questi giorni, me ne rendo conto con sempre più chiarezza. Mi accorgo che ovunque vada, grazie alla mia professione, porto con me qualcosa di più grande di me: non solo la musica, ma l’Italia, la cultura e il know how italiano che tutto il mondo ci riconosce.
L’Italia è questo: una lingua che canta. Un’opera divertente e straziante, straordinariamente sensuale. Un paese di tradizione e creatività, di innovazione e tecnica, in cui per ogni città c’è un eccellente compositore o un musicista che merita attenzione, in ogni luogo un primato. Lo constato a ogni viaggio: si può arrivare dall’altra parte del mondo e trovare qualcuno che non parla una parola d’italiano ma sa accennare «La donna è mobile» o «Nessun dorma». Non è nostalgia, non è folclore. È la prova che questa cultura funziona ancora, esattamente come un cristallo veneziano o un motore ben progettato: perché è stata pensata per durare.
Un patrimonio di intelligenza e incanto che è il mio unico bagaglio, in ogni viaggio, nel mondo.
Ci torneremo su questo, ve lo prometto. E sarà prima di quanto pensiate.
Intanto, torno a quel momento prima del concerto: le luci che si spengono, i due gradini, le spalle al pubblico. Non è distanza. È il punto esatto in cui tutto quel bagaglio si apre, e diventa di tutti.


