misericordia
   Anno XI 
Lunedì 23 Febbraio 2026
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Scritto da Giuseppe Betori
cardinale
22 Febbraio 2026

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La Chiesa apre il cammino quaresimale con la pagina del libro della Genesi che è un invito a riscoprire le nostre radici: siamo umanità creata da Dio, ma al tempo stesso siamo umanità segnata dal peccato. Siamo realtà buona uscita dalle mani del Creatore, anzi animata da uno spirito che viene da lui, ma anche creature che si sono lasciate irretire dal male, cadendo nella tentazione di sostituirsi a Dio.

Dobbiamo stare tuttavia attenti a non scambiare il motivo che il serpente dà del divieto di mangiare dell’albero con il senso che Dio aveva dato a quella proibizione. Dio non intendeva privarci della conoscenza del bene e del male, come insinua il demonio: Dio voleva invece mettere un limite al nostro dominio, perché solo accettando di essere limitati potevamo diventare accoglienti di lui, il nostro Padre, e degli altri, i nostri fratelli e sorelle.

Ma l’uomo, nella sua superbia, non vuole accettare il limite: vuole tutto e vuole essere tutto. Con questo non solo si distrugge l’armonia con Dio, ma anche nella coppia e quindi nella società, come pure nei rapporti con l’ambiente.

Sta qui la radice ultima di ogni peccato e il senso stesso del peccato: il rifiuto del limite. È esperienza tragica dei nostri giorni. Ci facciamo guerra per dominare gli uni sugli altri; vogliamo dominare la natura e la sfruttiamo fino a rendere invivibile la nostra casa comune; vogliamo soprattutto farci dèi, presumendo di autodeterminarci secondo le nostre voglie, frutto di un radicale individualismo. e nella ricerca di un potere senza confini e senza regole, sottomessi di fatto alla potenza della tecnica.

Ma la lettura disincantata della condizione storica dell’uomo deve essere completata dalla certezza che, di fronte alla presenza devastante del peccato, Dio ha risposto con il dono di grazia che ci ha fatto mediante il suo Figlio, la cui obbedienza costituisce giusti tutti coloro che lo accolgono nella fede, come ci ha ricordato san Paolo.

Questo dono ci è trasmesso in forza della solidarietà che il Figlio di Dio ha stretto con l’umanità, una solidarietà che si è spinta fino a condividere la tentazione cui è sottoposto ogni uomo. La narrazione delle tre tentazioni che Gesù affronta ci viene proposta come il modello di ogni tentazione a cui possiamo essere sottoposti, ma che. con Gesù, come Gesù possiamo vincere.

La prima tentazione riguarda il possesso, la ricchezza che diventa strumento di dominio sugli altri. Satana vorrebbe da Gesù un prodigio, che annullerebbe però le responsabilità dell’uomo. Gesù darà il pane, un giorno, ma come frutto della condivisione e come segno del dono che egli farà del suo corpo sulla croce. Con questo pane, quello della condivisione e quello dell’eucaristia, Gesù non compra la nostra libertà, ma la esorta ad aprirsi alla fiducia verso di lui e all’amore verso i fratelli.

La seconda tentazione riguarda il nostro rapporto con Dio: la risposta di Gesù ci ricorda che a Dio non si possono porre condizioni, perché questo significherebbe mettersi al di sopra di lui e quindi negarlo come Dio. La fede non è mercanteggiare tra noi e Dio. La fede non è sfidare Dio opponendogli la nostra giustizia, ma affidarci fiduciosi in lui.

La terza tentazione riguarda il potere: Gesù è sì il Signore della storia, ma la sua signoria non si confonde con i poteri di questo mondo. Non fa schiavi gli altri, violandone la libertà. Il regno di Gesù è il regno della libertà, la libertà dal male e dalla morte, che egli acquista per tutti sulla croce.

Nelle tre tentazioni con cui Satana mette alla prova Gesù, e mette alla prova noi, ritorna un medesimo pervertimento circa la nostra identità di creature, il pervertimento che oscura il nostro rapporto con Dio, con noi stessi, con le cose, il pervertimento che sfida la nostra vera libertà affidandola ad altro che alla nostra condizione di figli, figli di Dio, e fratelli, fratelli tra noi.

Siamo oggi esortati a resistere a queste tentazioni, cominciando dal purificare il nostro rapporto con Dio, per poi far rifluire quest’autentico rapporto con Dio nel nostro rapporto con gli altri e con il mondo. Siamo chiamati a essere testimoni, con la nostra vita del volto di Dio che Gesù ci ha rivelato, il volto della misericordia, dell’amore.

È questa la missione della Chiesa, una missione a cui è particolarmente richiamata la Chiesa locale di Lucca mentre celebra i 300 anni dalla sua elevazione ad arcidiocesi.

Ho letto con molto interesse la bella lettera che il vostro arcivescovo vi ha inviato in questa occasione e ad essa rimando per un adeguato approfondimento del significato di quanto il papa Benedetto XIII sancì l’11 settembre 1726. Voglio però condividere con voi alcuni contenuti di questa lettera che mi appaiono particolarmente significativi per un rinnovamento ecclesiale che voglia ispirarsi alle radici storiche della vostra comunità ecclesiale.

Anzitutto il richiamo al primato del Vangelo, suggerito dalla contemporanea rinuncia ai beni del feudo episcopale, in vista di una corretta relazione tra Chiesa e società, a cui la Chiesa è chiamata ad offrire «un supplemento d’anima», come si esprimeva il ven. mons. Enrico Bartoletti, di cui ricordiamo quest’anno i 50 anni dalla morte, che fu vostro arcivescovo e fu il grande traghettatore della Chiesa italiana nell’orizzonte aperto dal Concilio Vaticano II.

L’essere poi costituita arcidiocesi immediatamente soggetta alla Santa Sede crea, per la Chiesa di Lucca, un legame diretto e particolare con la Chiesa di Roma, che presiede alla comunione di tutte le Chiese nel mondo. Di qui un particolare vincolo con il successore di Pietro e con il suo magistero, e contemporaneamente una speciale consapevolezza che il fatto che la Chiesa universale vive e si manifesta nelle Chiese locali impegna a incarnare il Vangelo di Gesù in questo territorio, nella sua storica e attuale identità.

Termino riassumendo i quattro orizzonti di riflessione e d’impegno che il vostro arcivescovo vi propone in questo anno: essere Chiesa una, crescendo nella partecipazione e nella comunione; essere Chiesa santa, conformandovi a Cristo, sostenuti dall’alimento della Parola e dei sacramenti; essere Chiesa cattolica, animata cioè da un respiro universale; essere Chiesa apostolica, una Chiesa con il coraggio della missione. Vi è proposto un programma impegnativo, ma in esso trovate una strada sicura per una Chiesa che voglia essere fedele al Vangelo.

Invoco su di voi la benedizione del Signore, perché l’arcidiocesi di Lucca possa delineare questi tratti sul proprio volto.

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