Stante una congenita inettitudine se non a tutto certo a molto, tra i miei rari e modesti compiti casalinghi c’è quello di aprire e chiudere le finestre. Non tutte, però, solo le tre meridionali, quelle che danno sulle Mura e più in là sulla circonvallazione e più in là ancora e ancora guardano in direzione di Pisa e Livorno. Apro e spalanco la mattina, chiudo e rinserro la sera: è il mio personalissimo rito quotidiano di cui sono insieme l’unico officiante e il solo praticante. La mattina sconfiggo il buio e qualche ora più tardi, dopo il crepuscolo, me ne difendo con gesti sempre uguali come quelli del prete all’altare… Punto di passaggio tra l’interno e l’esterno, porta tra il noto e l’ignoto, la finestra è un elemento a largo spettro simbolico. Nel suo ripetuto essere aperta all’aria e alla luce sta a significare il quotidiano incontro con il calore e la vita: la finestra ne simboleggia la ricettività. L’apro e la interrogo: “vediamo cosa sarai capace di regalarmi, oggi”.
Da quel rettangolo di vuoto mi affaccio spesso e mi sorprendo a osservare, sempre interessato, le vite degli altri. Di mattina piccoli gruppi di studenti e studentesse che si avviano rumorosi e, a giudicare da qui, quasi festanti al loro impegno quotidiano che un tempo ha costituito anche la professione che mi ha garantito uno stipendio e qualche dignità… Poi, si fanno vivi i lavoratori immigrati, almeno a giudicare dal colore dell’epidermide, concentratissimi, che sfrecciando su turbomonopattini elettrici, l’ultima trovata per garantire una qualche mobilità sul territorio, si recano al lavoro. Intanto, a quasi tutte le ore del giorno con una certa prevalenza per quelle del tardo pomeriggio, non posso non notare le fatiche sudate e scaracchianti di gruppi di runner impegnati allo spasimo a dimostrare al mondo e a se stessi di essere sempre giovani e di godere di un eccellente stato di salute fisica. Qualche ora più tardi, con empatia e una punta di pietas mi coinvolgo negli imbarazzi delle coppie adolescenti che tra alberi e panchine fanno i conti con con le prime complicatezze di Venere e di Eros. Non manco, poi, di solidarizzare con cani di tutte le razze e le taglie che, in una sorta di mondo alla rovescia, sembrano essere loro, i cani, a condurre i propri padroni al guinzaglio. Entro anche idealmente a far parte di una comitiva rumorosa di diversamente giovani venuti da chissà dove e chissà perché.. Una ricorrenza civile? Oppure religiosa? O di segno militare visto che sono tutti maschi e ognuno indossa una magliette di colore grigio-verde su cui è scritto qualcosa che non riesco a distinguere e camminano con un passo vagamente di marcia?
Insomma, la posizione rilevata e nascosta favorisce l’attitudine, insita nell’uomo in quanto animale sociale, a farsi i cazzi altrui e certo, va proprio detto: uno sguardo sull’arborato cerchio non ti delude mai… Ovviamente, non possono mancare talune controindicazioni: inguardabili e non solo, le Mura, durante le ricorrenti esibizioni di “macchine d’epoca” che rumoreggiano e sgassano quasi sotto le finestre di casa; i concertoni nell’area spalti del Lucca Summer Festival per l’eccesso di presenze e di suoni; i celebrati Comics&Games che tra gli altri primati annoverano anche quello della maggiore densità di abitanti per kmq, che manco il Bangladesh…



