Anno XI 
Domenica 26 Luglio 2026

Scritto da francesco pellati
Politica
17 Novembre 2024

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Sembra evidente che in Italia studiano in pochi: tutti i mezzi di comunicazione ed informazione titolano “gli studenti in Piazza nei cortei pro Palestina”, i giornali e le televisioni impegnati annunciano addirittura la “rivolta degli studenti”.
Poi uno va a vedere i numeri e prende nota che a Bologna in piazza c’erano in circa 300, a Torino e a Roma ben 5.000 (la questura stima attorno a 2.000), a Napoli circa 1.000 e “alcune decine” (fonte ANSA) a Firenze e a Pisa. 
Nel pur modesto mucchio si distinguevano signori (e qualche signora) come minimo fuori corso o affetti da senilità precoce vista la veneranda età che mostravano. Anziani arnesi della Lotta di classe, avanzi di magazzino dei Centri Sociali, fancazzisti incazzati con Dio e con gli uomini, tutti armati contro l’inerme polizia.
Loro bastoni, bombe carta, tirapugni, spranghe, i poliziotti solo “scudate”. E se gli scappa un colpo di manganello scatta la trappola del processo (con difesa a loro spese) per eccesso di violenza nella tutela dell’ordine pubblico.
Io dichiaro affetto, gratitudine, ammirazione per polizia e carabinieri: mille volte grazie amici di noi normali cittadini, mille volte grazie!  
Ma se la rivolta somma a meno di 10 mila cittadini che scendono in tutte le piazze d’Italia, mi pare del tutto esagerato parlare di “rivolta degli studenti”, o addirittura delle avvisaglie della “rivolta sociale” invocata da Maurizio Landini nell’ultima delle sue esibizioni verbali e accolta dal sornione sorriso della signorina Schlein. 
Luciano Lama si sarà mangiato la famosa pipa all’udire dall’alto dei cieli gli appelli non alla difesa di salari, stipendi e diritti dei lavoratori subordinati anche con il “siopero” generale del 29 novembre, quanto invece alle armi, alle barricate, contro il governo “fasista” che tuttavia non solo consente, ma tutela e protegge Landini e compagni mentre condannano la sua infamia, le sue repressioni della libertà di riunione e di espressione.  
Buona parte dei 10.000 in piazza non sono studenti violenti, ma violenti che studiano il modo di nuocere alla vita normale, di sfidare le permissive leggi di questo Paese, di rompere vetrine, automobili e bancomat, di  interrompere le strade ai milioni di cittadini che hanno da fare, che devono lavorare per mantenere famiglia, impegnati nella vita dei comuni mortali, l’ufficio, la fabbrica, la bottega, il campo, lo studio, la spesa al mattino con i soldi contati, il pranzo e la cena da mettere insieme, i figli da far studiare, l’affitto da pagare, e se va bene una pizza in trattoria e una partita allo stadio ogni tanto. 
Si aggiungono le tasse da pagare rigorosamente nei termini, pena sanzioni, ammende, interessi passivi che gonfiano il debito verso il fisco, bestia insaziabile che ti porta via molto più della metà di quello che guadagni, per pagare i “bisogni sociali e collettivi” compreso il mantenimento dei violenti fancazzisti dei Centri Sociali, (quasi tutti ex percettori del famoso reddito di cittadinanza) e i danni creati dalla destra estrema, anche se di entità minore.
Un monito al governo di centro destra: i cittadini comuni, il ceto medio silenzioso, tartassato e maltrattato, si aspetta tutela. 
Per questo vi abbiamo votato, noi non andiamo nelle piazze, ci esprimiamo nelle urne; vi abbiamo incaricato di interrompere le soperchierie dei movimenti violenti di ogni colore, di ostacolare l’immigrazione clandestina e incrementare quella regolare, di garantire a tutti ma soprattutto alle donne la libertà di muoversi a qualunque ore e dappertutto senza temere molestie, violenze e perfino uccisioni, di limitare gli insegnamenti dei cattivi maestri con l’ipocrita silenzio dei partiti che condannano i violenti, danno la solidarietà alle forze dell’ordine, PERO’……:c’è sempre un però! E il trantran continua da decenni.  
Fermate l’onda oppure il ceto medio frustrato vi scavalcherà cercando rappresentanti che lo tutelino meglio: è già successo il secolo scorso, con pessimi risultati, avete la responsabilità di non farlo risuccedere. 

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