Anno XI 
Mercoledì 15 Aprile 2026

Scritto da giancarlo affatato
Politica
02 Settembre 2025

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Gli ultimi fuochi di una guerra senza pietà e senza regole – nemmeno quelle che si rifanno all’elementare rispetto dei diritti umani e della pietas, il sentimento dovuto ai nostri simili che giacciono sconfitti e inermi nella polvere – volgono al loro epilogo con l’occupazione di Gaza. Un nuovo esodo biblico, con oltre un milione di persone affamate che hanno perduto anche il più misero dei loro beni, viene nuovamente evacuato affinché l’esercito con la stella di Davide possa chiudere i conti con le ultime formazioni combattenti dei terroristi di Hamas. Non mi attarderò oltre sull’analisi degli eventi, né sulle cause prime e profonde di questa tragedia, scientemente provocata dalle bande paramilitari palestinesi, che hanno agito sia in proprio sia per mandato di altre nazioni arabe, come l’Iran degli Ayatollah, con l’obiettivo dichiarato di cancellare Israele dalla faccia della Terra. Mandanti ed esecutori si muovono animati dalla violenza più spietata e crudele: quella che trae origine da una fede, da un mandato che si ritiene scaturire dai dettami del proprio credo religioso. "Dio è con noi" è sempre stato il grido di battaglia di molti eserciti, ma spesso – dalle Crociate in poi – è stato anche l’incitamento a combattere per adempiere a un mandato trascendente, una missione imperativa che si ritiene provenire dall'Onnipotente. Un mandato simile non prevede alternative, non conosce deroghe né compromessi, non contempla pietà, poiché attraverso la guerra non si intende solo sconfiggere un nemico, ma annientare l’essenza stessa del male, cancellare la blasfemia di una fede ritenuta falsa. Questo convincimento metafisico e assoluto annulla la ragione e il buon senso, la pietà e l’umanità, rendendo la violenza un mezzo di purificazione e redenzione comandato dalla vera fede e dal vero Signore. Per molti anni Israele ha subito attacchi e assedi militari da parte dei Paesi arabi musulmani, che combattevano gli ebrei in nome della jihad (la guerra santa), ma anche perché lo Stato ebraico veniva considerato una propaggine dell’Occidente, con i suoi costumi permissivi e peccaminosi, tanto lontani dai precetti della legge coranica. La democrazia, le istituzioni liberali, l’esercizio dei diritti civili erano – e restano – in netta antitesi con le consuetudini di molte società di fede islamica: dunque esecrabili, considerate fonte di corruzione morale. Sotto questo aspetto, l’Occidente ha sempre appoggiato politicamente Tel Aviv, riconoscendo nella nazione israeliana un modello ispirato agli stessi valori che connotano le società libere e democratiche. Insomma, tra la violenza alimentata dalla fede e da costumi arcaici e talvolta tirannici, e la società israeliana, il blocco dell'Ovest non poteva che identificarsi con quest’ultima.  Tuttavia, al termine di una tragedia che ha causato decine di migliaia di vittime innocenti – tra quelle provocate da Hamas ed Hezbollah e quelle derivate dalla violentissima reazione israeliana – le cose iniziano a mostrarsi sotto una luce diversa. Intendiamoci: resta ferma la condanna del terrorismo, così come il diritto di Israele a difendersi da chi ne auspica l’annientamento. E immutata resta anche la convinzione che Hamas debba essere disarmato, e che abbia tenuto soggiogato e prigioniero un intero popolo, quello palestinese, utilizzandolo come scudo umano fino a trascinarlo in uno scontro impari e sanguinoso. Tuttavia, tutto questo non deve offuscare la consapevolezza di quanto Israele sia cambiato, e di come, in quel Paese, pur dotato di istituzioni democratiche e costumi occidentali, stia crescendo la mala pianta della violenza fideistica. Si rafforza l'idea che la forza non sia più soltanto uno strumento per difendere l’integrità e la sicurezza dello Stato, ma anche per perseguire altri fini. In primo luogo, l'accresciuto peso delle componenti religiose ultra-ortodosse nel governo. Ma, ancor più grave è l’idea – che si staglia minacciosa all’orizzonte – che solo cacciando definitivamente palestinesi e musulmani possa compiersi la profezia del ritorno del Messia: per gli ebrei, infatti, l’attesa escatologica dell’avvento messianico si realizzerà solo con la ricostruzione del tempio ebraico a Gerusalemme. Si tratta, insomma, di verità di fede cieche e intransigenti, speculari a quelle musulmane. Questo implica che i coloni ebraici si sentano legittimati, in nome di Dio, a impadronirsi con la violenza delle terre palestinesi. Se questa deriva dovesse ulteriormente espandersi, non ci saranno né tregue né accordi di pace che tengano. Perché chi combatte in nome del proprio Dio non riconosce alcun valore alla ragione laica dell’umanità. Non accetta che “oltre il rogo non viva ira nemica”.

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