Esiste una categoria dello spirito, prima ancora che sociale, che il perbenismo nostrano – quello cresciuto a pane, cartellino e frustrazione – fatica a digerire. È la figura del "fancazzista". Un insulto preconfezionato, scagliato solitamente da chi confonde l'efficienza con la schiavitù e il successo con il logorio. Nel vocabolario del mediocre, il fancazzista è colui che dispone del proprio tempo. Se scrivi, se pensi, se crei i tuoi spazi, se decidi di abbandonare i binari morti di un sistema che ti vuole incasellato per produrre la tua quota di rumore online e indipendente, allora diventi sospetto. Diventi un privilegiato da punire, o meglio, da svalutare. La verità è che per fare i "fancazzisti" a questo livello ci vuole un coraggio che la maggioranza delle persone non può nemmeno concepire. Ci vuole il coraggio di osare, di saltare nel vuoto, di tagliare i ponti con le certezze rassicuranti dello stipendio fisso per costruirsi una libertà su misura. La libertà di alzarsi al mattino e decidere a cosa dare valore. La libertà di essere presente per chi ami, di tendere la mano a chi ha bisogno, di godersi un martedì di sole al mare mentre il resto del mondo timbra una vita in fotocopia. Ed è qui che scatta l'invidia. Un'invidia strisciante, meschina, che spesso si annida proprio nelle pieghe delle relazioni più vicine. Chi non possiede nulla se non un padrone che gli dice cosa fare, chi ha bisogno di un binario rigido per non perdersi, non può tollerare la fluidità di chi invece padrone è solo di se stesso. Non potendo raggiungere quella libertà, il mediocre tenta di degradarla. Accetta i frutti di quel tempo libero – la generosità, l'aiuto concreto, la condivisione del benessere –, ma poi sputa nel piatto definendolo ozio. È la parabola della convenienza: finché il tempo e la generosità del "fancazzista" servono a colmare i vuoti altrui o a garantire comodità e privilegi, sono una benedizione; quando quel tempo rivendica la propria autonomia e non si piega più ai ricatti emotivi, diventa una colpa. Ma proprio il tempo, alla fine, è l'unico vero tribunale. E la vera spietatezza della libertà sta nel fatto che, una volta riconquistata, non fa sconti a nessuno. Lascia gli invidiosi a consumarsi nella gabbia delle loro regole e restituisce a chi ha osato l'unica valuta che conta davvero: la proprietà assoluta della propria vita.



