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Mercoledì 22 Luglio 2026
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Scritto da Luciano Luciani
Cultura
13 Novembre 2025

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In un passato recente genere letterario praticato solo da una minoranza del popolo dei lettori, oggi il cosiddetto “giallo” nelle sue diverse accezioni - mistery, thriller, noir, spy story, horror, splatter… - è fin troppo largamente frequentato e, di conseguenza, al centro dell’interesse di autori, editori, recensori, blogger, organizzatori di eventi culturali. Fenomeno multiforme, almeno quanto la musica rock, il romanzo poliziesco o d’indagine, per gli inglesi detective fiction, è ormai oggetto di studi e interpretazioni da parte di non pochi critici e storici della letteratura sempre impegnati a dipanare la questione complessa delle origini del genere. A tale proposito, se più o meno tutti gli studiosi concordano circa la prima epifania poliziesca - il racconto di Edgar Allan Poe, I delitti della Rue Morgue, 1841 e assegnano all’algido Auguste Dupin il titolo di modello per tutti gli eroi indagatori che verranno -  la stessa unanimità non si dà a proposito degli incunaboli del poliziesco in salsa tricolore: ovvero, chi per primo tra i letterati italiani ha osato cimentarsi con una scrittura romanzesca percepita, per decenni e decenni, come bassa, corriva, straniera?
In almeno due romanzi, sia pure in maniera non del tutto consapevole, intercetta alcune modalità proprie del poliziesco, un modesto letterato lombardo, Emilio De Marchi (Milano, 1851 – 1901: il primo lavoro s’intitola Due anime in un corpo, 1878, e racconta di un protagonista, Marcello, che rivive l’esistenza di un amico assassinato, il violinista Lucini. L’identificazione arriva al punto di innamorarsi di Marina, una donna a lui sconosciuta, per la quale il musicista era stato ammazzato; il secondo, Il cappello del prete, 1888, prende le mosse da un’opaca vicenda di cronaca nera e si muove programmaticamente nell’ambito della letteratura d’appendice, non disprezzata, ma anzi colta come occasione per ampliare il pubblico dei Lettori. Così si esprime il De Marchi nell’Introduzione al romanzo: “L’autore entrato in comunicazione di spirito col gran pubblico si è sentito più d’una volta attratto dalla forza potente che emana dalla moltitudine; e più d’una volta si è chiesto in cuor suo se non hanno torto gli scrittori italiani di non servirsi più che non facciano di questa forza naturale per rinvigorire la tisica costituzione dell’arte nostra… L’arte è cosa divina; ma non è male di tanto in tanto scrivere anche per i lettori.” Nessuna intenzione estetizzante, quindi, nelle pagine del De Marchi, invece l’idea di una prosa tanto dimessa quanto cordiale per porgere al nuovo ceto emergente dall’unità nazionale, quello piccolo borghese degli affari e degli uffici, il senso di una pubblica responsabilità morale e civile. E a tale scopo ben si presta Il cappello del prete che nelle sue pagine ripropone l’antico tema della maledizione del denaro: un barone napoletano, Carlo Coriolano di Santafusca, spiantato e avido, architetta il progetto di uccidere don Cirillo, prete e usuraio per impadronirsi del suo ingente patrimonio, oscuramente accumulato. Ma se tutto procede inesorabilmente verso la realizzazione di quel disegno criminoso, il barone Santafusca non ha fatto i conti con la propria coscienza e il peso insopportabile del senso di colpa. Così, in un crescendo allucinatorio di rimorsi, pentimenti, tormenti morali l’omicida finirà per confessare il proprio misfatto agli inquirenti. 
Non siamo ancora nei territori del poliziesco, ma ci stiamo avvicinando.

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